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Le vostre storie

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LE VOSTRE STORIE

Partorire in tempo di pandemia

Il periodo di lockdown è stato per ognuno di noi un tempo di incertezza e precarietà, in cui l’imprevedibilità degli accadimenti ci ha esposto a fragilità e a necessari cambiamenti, ripensamenti e assestamenti di ritmi e abitudini di vita. Al contempo ha anche attivato in noi risorse interne che ci hanno permesso di resistere, anche creativamente, e di adattarci, per affrontare al meglio la situazione, mantenendo viva la voglia di vivere.

Abbiamo raccolto sei testimonianze di neomamme che hanno partorito e due di donne in attesa in quei mesi davvero particolari, insieme a quella di un papà. Le proponiamo perché, pur nella fatica, nella contraddizione e nella solitudine, testimoniano una grande ricchezza umana e la capacità di accogliere con speranza il loro nuovo bambino che si è affacciato alla vita.  

Ve le elenchiamo perché possiate scegliere quella che più vi ispira oppure…leggervele tutte!

 

Stato di grazia

Ad una mamma, dopo aver vissuto separata dal marito nell’ultimo mese di gravidanza per precauzione ed aver partorito senza di lui per la stessa ragione, si alza un poco la temperatura. Subito viene inserita nel percorso “sporco”. Dovrà imparare a cavarsela da sola, ma alla fine la gratitudine per il suo nuovo bambino è più forte della fatica. 

Due quarantene al prezzo di una

Nessuno ha potuto accompagnare la futura mamma alle visite preparto e, subito dopo la nascita, nessuno oltre il papà ha potuto vedere il bambino. Gli suoceri, abitando in un altro comune, non hanno potuto vedere il nipotino per quaranta giorni, esattamente la durata del puerperio. Ma i genitori sono stati accompagnati da professionisti attenti ed affettuosi e i sorrisi di F. hanno riempito il loro cuore di gioia.

Il falò di mascherine

Pur senza aver avuto nessun sintomo questa mamma ha scoperto di essere positiva dopo aver fatto il tampone al momento del parto. Da un momento all’altro si è ritrovata completamente isolata, senza neanche la sua bambina tra le braccia. Per fortuna parenti e amici non l’hanno mai fatta sentire sola. Dopo due giorni ha potuto riabbracciare sua figlia, anche se per un mese ha dovuto tenere  la mascherina. Pur essendo una terzogenita però, E. si è goduta la mamma in quarantena come fosse figlia unica!

La mia scatola di cioccolatini

Il silenzio ha permeato questa gravidanza e parto, ma il lockdown è stato in questo caso un elemento a favore per arrivare in tempo in ospedale! Zeno non ha pianto subito appena nato, ma sembrava guardarsi intorno incuriosito per conoscere il mondo e scoprire gli occhi della mamma.

Sono, siamo stati fortunati

Trovarsi improvvisamente positivi è davvero una doccia fredda. Improvvisamente ci si sente catapultati in un mondo di completa solitudine, anche se i medici e le ostetriche sono state un enorme aiuto. Lo spavento ha esacerbato le paure anche per la salute del piccolo nato. Ripensando all’esperienza fatta però, emerge la considerazione di essere entrata in ospedale per dare la vita, mentre per molti entrare ha significato perderla.

Nessuno in qualsiasi momento è mai solo

Non avere a fianco il marito durante il travaglio, partorire con la mascherina, non poter essere aiutata dalla mamma, non mostrare la bambina ai parenti è stato veramente difficile, ma ha permesso di vivere in intimità il rapporto tra genitori e figlia.

Il tempo dell’attesa durante la pandemia

La preoccupazione di ammalarsi può diventare l’unico pensiero, chiudendo la coppia dentro le mura di casa. Ma ritrovarsi insieme 24 ore al giorno rinsalda i rapporti familiari facendo scoprire la bellezza della quotidianità.

Insieme si può superare tutto

Aspettare il secondogenito in tempo di pandemia fa sorgere mille domande che col primo figlio non c’erano: che vita sto offrendo ai miei figli? In che mondo sto per mettere il mio secondogenito? Come lo porterò fuori? Dove e come lo partorirò? Anche se mancano tre settimane al parto quando finalmente questa mamma potrà avere il bambino tra le braccia, si affaccia il desiderio che le settimane diventino mesi per prendere tempo…. Ma chissà... forse un giorno si ritroverà il coraggio di aspettare un altro bambino perché insieme si può superare tutto, anche le pandemie.

Padre cacciatore

Penso che la pandemia abbia portato molta paura, molti dubbi, mi abbia costretto a ricostruire la dimensione spazio-temporale dell’esistenza, ma mi abbia anche regalato molte opportunità: quella di vivere molto intensamente questo momento, di costruire delle relazioni forti in maniera diversa e attraverso canali diversi.

 

STATO DI GRAZIA

Innanzitutto devo premettere che sono stata contentissima, ma se mi avessero detto prima tutto quello che avrei dovuto affrontare non penso che me la sarei sentita, che avrei pensato che ce l’avrei fatta. Anche dopo, quando ci ripenso, non riesco a capacitarmi di essere stata in grado di affrontare tutto con la serenità che mi sono ritrovata addosso. Io e mio marito eravamo già divisi da un po’ perché lui è infermiere e lavorava con i pazienti che erano in attesa del risultato del tampone e in quel momento non c’erano molte protezioni. In più si erano ammalati tanti suoi colleghi quindi, anche se lui non è mai risultato positivo, gli avevano consigliato di separarci. Quindi io sono andata ad abitare dai miei suoceri che abitano vicino alla nostra casa alla fine dell’ottavo mese e sono stata da loro fino alla fine della gravidanza. Naturalmente il pensiero di tutti era che io sarei andata a casa dai miei genitori con cui mi trovo bene, ma siccome loro abitano un po’ lontano, ho scelto di stare dai suoceri per vedere mio marito. Verso il settimo mese avevo cominciato ad essere impaziente che il mio bambino nascesse, ero stufa e non vedevo l’ora che il mio bambino nascesse per poterlo vedere, ma quando mi sono trasferita ho cominciato a sperare che ritardasse, pensando che così magari l’emergenza sarebbe passata e io e mio marito ci saremmo potuti riunire. Ogni sera ci vedevamo sulla strada, mettevamo fuori due seggiole e con la mascherina e distanti ci raccontavamo la giornata. A volte stavamo anche in silenzio, ma non ho mai provato né imbarazzo né noia, perché ci godevamo la presenza uno per l’altro. In quel periodo sono diventata molto “metereopatica” perché se avesse piovuto o fosse tirato un forte vento non avremmo potuto incontrarci! Pur essendo marzo però, è stato un mese molto bello per fortuna! Alla trentottesima settimana mi sono resa conto che il travaglio sarebbe potuto cominciare in qualsiasi momento. Anche se col senno di poi mi sembra incredibile, fino ad allora non avevo mai pensato che mio marito non avrebbe potuto assistere al parto, per cui, quando me ne sono resa conto, non è stato facile accettare i protocolli che non gli permettevano di stare con me. Sono stata dispiaciuta soprattutto per lui, insieme avevamo fatto due lezioni del corso preparato e, tra tutti i papà presenti, lui era quello più entusiasta di poter imparare! Io non mi sentivo sola perché avevo il mio bambino nella pancia che mi faceva una grande compagnia! Pensavo: “Chi avrebbe mai immaginato di avere un bambino.....Adesso ce l’ho!” Mi sentivo fortunata rispetto a lui. Il fatto che mio marito ci fosse, anche se non vicino, mi ha fatto sempre sentire sicura, non mi ha fatto provare paura, potrei dire che sentivo di essere al sicuro. Quando ci vedevamo alla sera per me improvvisamente cambiava tutto, la sua presenza era più di una consolazione. Durante il giorno pensavo: “Il bambino starà bene? Ci saranno problemi? Cosa succederà?” Con lui questi pensieri passavano e sentivo che anche il bambino era al sicuro. Verso le tre di notte, con una settimana di ritardo rispetto alla data presunta del parto, sono partite le contrazioni. Non avevo tanto male e poi non volevo allarmare inutilmente i miei cari. A quel punto ero contenta di partorire, perché volevo proprio conoscere il bambino, ma non mi sembrava vero che fosse arrivato il momento sul serio. Non sapevo se quelle che avevo fossero contrazioni valide, non sapevo se avendole ogni tre minuti fosse tanto o poco... Mi sono decisa a chiamare mio marito e gli ho chiesto: “Tu ti ricordi? Quanto male bisogna avere? Quanto tempo deve passare tra una e l’altra?” Lui mi ha detto di andare in ospedale, così ho chiamato mia suocera che mi ha accompagnato. Da quel momento lui non l’ho più sentito, perché è stato un turbinio di eventi, poverino.... Ero d’accordo che sarebbe stata con me mia madre a cui avevano dato il permesso di entrare in sala parto, per cui l’ho chiamata e dopo un po’ è arrivata, ma io non l’ho vista subito. Era la settimana in cui avevano rinnovato i protocolli, per cui c’era un percorso “pulito” e uno “sporco”. Io facevo parte di quello pulito per tutte le precauzioni che avevamo preso prima. Mi hanno messo in una stanzetta da sola a fare il tracciato, e forse era anche questo il motivo per cui non volevo andare in ospedale troppo presto. All’inizio le contrazioni erano sopportabili, poi, dopo circa un quarto d’ora, improvvisamente mi sono venuti dei dolori fortissimi e ho cominciato a vomitare. Ero in piedi, quindi mi sono accasciata sul lettino, stavo malissimo e continuavo a vomitare, ma non trovavo il campanello per chiamare. Ero in preda al dolore, perché tra una contrazione e l’altra non avevo tregua. Pensavo: “Ecco, mi toccherà partorire da sola....” Per fortuna dopo un po’ è arrivata una ostetrica e da quel momento è cambiato tutto. Lei mi diceva quando avevo la contrazione: “Aspetta, adesso passa.” Ed in effetti mi faceva rendere conto che c’era una pausa tra una e l’altra in cui, guidata dalla sua voce, sono anche riuscita ad addormentarmi per qualche secondo! Dopo circa due ore mi hanno detto che ero dilatata di sette centimetri ed io ero tutta contenta. Dopo poco mi hanno portato in sala parto dove ho visto la mia mamma ed è stata una felicità! Tutti però, lei compresa, stavano bardati, con mascherine e tutto il resto. Le ostetriche avevano le visiere che si appannavano, quindi non vedevano bene. Le sentivo parlottare e non capivo se ci fosse qualche problema o se parlassero di fatti loro. Ho spinto per due ore, sentivo il bambino che andava avanti e indietro. Nessuno entrava in contatto con me se non per necessità, quindi mi sono ritrovata a partorire a gattoni sul lettino, perché ero comanda così. All’ultima spinta ho sentito che uscivano i piedini, è stato bellissimo! Mi hanno subito fatto passare il bambino tra le gambe, quindi ci siamo trovati faccia a faccia, era bello cicciotto, e ho visto il sangue che scorreva nel cordone. Ho pensato che avrei avuto la forza di rifarlo subito, perché è stata una esperienza troppo bella! Poi mi hanno fatto stendere, hanno tagliato il cordone e hanno dato subito il bambino in braccio a mia mamma, prima ancora di lavarlo. Io intanto spingevo ancora per far uscire la placenta poi, dopo mezz’ora, siccome avevo un piccolo ematoma, ho sentito ancora delle spinte e mi hanno dovuto ancora visitare anche dopo avermi già dato i pochi punti. Per fortuna mia mamma è sempre stata lì con in braccio il mio bambino ed è stato magnifico, anche se aveva sempre la mascherina e non poteva starmi troppo vicino. Anch’io avevo mascherina e guanti e non è stato per niente facile. Dopo un po’ mi hanno misurato la temperatura che era di 37,6 gradi. Subito è scattato l’allarme e mi sono ritrovata nel percorso “sporco”, dopo tutti i sacrifici che avevo fatto durante la gravidanza... Mi hanno fatto il tampone, poi mi hanno tenuta in sala parto aspettando che si liberasse una camera nel reparto di sospetti. Per fortuna mia mamma è stata lì per un bel po’, ma poi è dovuta andare via. Io sono rimasta da sola, seduta con il bambino in braccio, con guanti e mascherina, avendo partorito da poco e senza aver mangiato niente dalla notte. Verso le nove di sera mi hanno portato in camera, e mi hanno lasciato ancora una volta da sola, con il bambino, i suoi patelli, ma senza spiegarmi niente. In quel reparto le infermiere passavano solo tre volte al giorno oppure in caso di grave necessità, perché ogni volta si dovevano bardare e non c’erano tanti presidi. A quell’ora erano già passati con la cena, quindi dopo un po’ mi hanno portato un po’ di te con biscotti che io mi sono dovuta andare a prendere sulla porta. Per fortuna il bambino era stanchissimo e quindi la notte ha dormito. La mattina però si è svegliato e ha cominciato a piangere tantissimo. A me non era ancora venuta la montata e quindi ero un po’ in difficoltà, anche perché il pediatra non era ancora venuto a dirmi niente. Nella mia stanza c’erano due porte, il personale apriva la prima e bussava alla seconda. Mi dovevo alzare ad aprire, se stavo lì vicino dovevo stare zitta, altrimenti dovevo allontanarmi per poter parlare. Anche per le visite dopo parto io stavo in piedi dentro la camera e le ostetriche da fuori mi dicevano le cose. Hanno visto come avevo fasciato il cordone ombelicale e mi hanno detto che avevo sbagliato, ma a me nessuno aveva spiegato come fare. In ogni caso per tutto il tempo sono stata serena, forse perché non sapevo come sarebbe dovuto essere una procedura “normale”, pensavo che sempre ci si dovesse subito alzare, camminare, piegarsi, insomma, cavarsela! Ero felice che il mio bambino fosse nato! Dopo ho realizzato quello che mi era successo.... Il risultato del tampone, negativo, è arrivato due giorni dopo, quindi mi hanno subito dimessa. Ho preparato la valigia da sola, ho preso il mio bambino in braccio da una parte, la valigia, che per altro era enorme, dall’altra e mi sono diretta all’anagrafe che è dentro l’ospedale, perché questo adempimento lo avrebbe potuto fare solo mio marito oltre a me e lui non poteva venire. Appena uscita dalla porta dell’ospedale ho visto mia suocera, le sono corsa incontro, le ho dato in braccio il bambino e sono crollata in un pianto dirotto. In quel momento mi sono resa conto che potevo affidare il mio bambino a qualcun altro e mi è venuta addosso tutta la fatica che avevo fatto. Nei giorni dopo mi sono accorta che, anche se non pensavo di essere una che ce la potesse fare, avevo in me delle risorse che non conoscevo. Paradossalmente adesso, quando piange il mio bambino, mi preoccupo di più, mentre, quando ero in ospedale, ero serena, perché ero tutta piena della gratitudine che il mio bambino ci fosse, una vita che prima non c’era ed adesso era entrata nel mondo.

 

DUE QUARANTENE AL PREZZO DI UNA

Il 14 marzo è nato il mio bambino F., 3 giorni oltre il termine. La mia pressione ha iniziato ad essere ballerina il 20 febbraio, così dopo un consulto con la mia ginecologa, il 22 febbraio, il giorno dopo il primo caso di Covid in Italia, mi sono recata al PS ginecologico per un controllo approfondito e la porta del PS era chiusa come di notte.”ALT! Può entrare solo la gravida!” Da quel momento il mio compagno M. non ha più potuto partecipare alla visite, alle ecografie, ai monitoraggi, eravamo solo io e F. nel pancione. Il 13 marzo ho fatto l’ultima visita, pressione 100/150, ore 13.30 mi ricoverano e mi inducono il parto. Finalmente fanno entrare M. ed ho una certezza, lui sarà con me quando nascerà F. Mi mettono in una stanza doppia insieme ad un’altra ragazza, ma non socializziamo, la paura del Covid è tanta e le parole sono poche. Mi dicono che ci vorranno 12-24 ore prima che inizino le contrazioni, che all’inizio avrei avuto dei dolori tipo mestruali e poi dopo qualche ora sarebbero iniziate le contrazioni; le contrazioni sono iniziate subito, sempre più frequenti e sempre più forti. Ore 21.30 si va in sala parto, ostetriche e dottori erano tutti a mia disposizione, perché ero l’unica a partorire in quella notte piovosa. Ore 01.10 nasce F., il mio compagno M. è stato una buona presenza in sala parto, però è un po’ un fifone, stava in disparte e quando gli hanno proposto di tagliare il cordone ombelicale ha risposto un secco no e così mi sono offerta io. E devo dire che sono rimasta stupita da quanto fosse duro da tagliare! “Ho fatto fatica… ma ce l’ho fatta!”. Finalmente intorno alle 2.30 siamo riusciti a chiamare i nonni e gli zii per dirgli che finalmente era nato F., la gioia era tanta così come la tristezza di non poter far conoscere F. a tutti. È stata una esperienza dolorosa, ma bella per l’accudimento che ho ricevuto. Tutti tranne me avevano la mascherina, per questo non posso riconoscerli, ma trasmettevano fiducia e sostegno con gli occhi. In particolare ho in mente una giovane ostetrica di nome Giulia, è stata con me sempre, tutto il tempo vicino. Quando si è presentata mi ha detto “Io sarò l’ostetrica che ti farà partorire”. Mi spiace così tanto non averne visto il volto! Lei ha visto il mio, perché non avevo la mascherina, ma io non saprei come riconoscerla. La porterò nei miei pensieri sempre, è stata una presenza affettiva molto importante. Dopo il parto mi hanno messo in una stanza da sola e poteva entrare e stare con me una persona sola al giorno, ovviamente ho scelto M. Dopo il parto ho avuto qualche problema con l’allattamento. In reparto dovevano ancora assestarsi, erano i primi giorni di lockdown e si conosceva poco il virus, c’era molta paura di avere contatti. Così l’assistenza per l’allattamento mi è mancata, F. piangeva sempre, sono stata due giorni in ospedale, due notti da sola in stanza con il bambino che piangeva spesso ed ero distrutta. Dopo il controllo post dimissioni abbiamo scoperto che aveva avuto un calo di peso significativo (400 gr in 4 giorni) così mi hanno dato l’aggiunta di latte artificiale. Per 35 giorni ho fatto allattamento misto, ma F. cresceva poco, la pediatra che abbiamo scelto (la mia di quando ero piccola) non visitava nè a casa nè in ambulatorio se non in caso di estrema urgenza. Fare tutto per telefono rendeva difficile il supporto e la comprensione di cosa avesse il mio bambino. Fortunatamente, grazie al consiglio di un’amica, sono riuscita a contattare un pediatra privato che mi è stato di enorme supporto telefonicamente e appena possibile, un mese e mezzo dopo la nascita, ha visitato F. e ci ha rassicurato, F. stava crescendo alla grande. Per la mia visita invece ho dovuto aspettare due mesi e mezzo e l’ho potuta fare, privatamente, solo due settimane fa. Una grande fortuna è stata avere vicino i nonni materni che hanno potuto aiutarci, spesso condividevamo i pranzi e le cene, si offrivano per accudire F. e per noi era come prendersi uno stop per riordinare le idee. La nonna paterna invece abita in altro Comune e per sessanta giorni non ha potuto vederci, ma soprattutto non ha potuto conoscere il suo primo nipotino, all’inizio non aveva neanche internet sul cellulare e non potevamo neanche fare le videochiamate e mandarle le foto. Mi è mancata tanto la mia nipotina D., figlia di mio fratello, che ha vissuto tutto il tempo dell’attesa con me, soprattutto dopo la chiusura delle scuole passavamo le giornate a fantasticare su quando sarebbe nato F., insieme abbiamo decorato la sua cameretta e abbiamo preparato la valigia del parto. Sul più bello ha dovuto aspettare 55 giorni per poter abbracciare il suo cuginetto, la zia e il suo adorato zio. Da quando si è conclusa la quarantena ed è stato possibile congiungersi, due giorni a settimana la mia nipotina D. viene a trovarmi, è proprio una seconda mamma, mi aiuta con il bambino, è una presenza affettiva importante. F. le sorride sempre. Se penso a questo periodo, l’unica fortuna è che il mio compagno M. è potuto restare a casa con noi per tutta la durata del lockdown. Per un mese e mezzo è stato sempre presente. M. mi è stato tanto vicino a casa, è una forza della natura! Si alzava di notte e tuttora aiuta tanto. Nel puerperio siamo stati insieme sempre, era tutto nuovo… ci siamo fatti forza l’un l’altro. Mi ha molto rattristato che nonni e zii non abbiano potuto conoscere subito il nostro bambino. Così ho pensato di fargli una foto ogni giorno accompagnata da una frase per i due mesi che non hanno potuto vederlo con gli occhi. Sto preparando per loro un album di immagini e pensieri, così sarà come avere un diario dei primi mesi del piccolo F. Io sto ancora elaborando, con fatica, tutto quello che è accaduto. Sto ripercorrendo tutti i 40 giorni. Ecco… quaranta giorni… il tempo esatto della durata del puerperio. Mi viene da piangere ancora adesso, a pensarci… per la solitudine e il dolore. Non smetterò mai di ringraziare il mio osteopata che mi segue da quando giocavo a basket da giovane e mi ha seguito per tutta la gravidanza e anche nel post parto. Grazie ai suoi trattamenti il parto è andato benissimo, mi sono ripresa subito ed è stato di grande aiuto anche per le coliche di F. rilassando il suo pancino. Ringrazio anche il nostro personal trainer che ha allenato me e M. fino a 5 giorni prima del parto e mi ha allenato alla fatica che mi avrebbe aspettato. Il lavoro mi ha dato qualche preoccupazione e delusione ma si profilano cambiamenti per il futuro. E’ stata dura ma sono già passati tre mesi, i sorrisi di F. ci riempiono di gioia. Da qualche settimana, con le dovute precauzioni, stiamo facendo conoscere F. agli amici e ogni volta è un’occasione per brindare e festeggiare questa nuova vita.

 

IL FALÒ DI MASCHERINE

Il 12 aprile alle 3.16 è nata E. Abbiamo scoperto di aspettare E. in un momento un po’ complicato per la nostra famiglia, io avevo appena cambiato lavoro e di conseguenza anche città. Era la terza gravidanza molto vicina alla seconda bambina, che dormiva poco e che ha un carattere deciso. Quindi non penso che in quel momento avremmo deciso di avere un altro figlio, ma quando mi sono accorta che aspettavo un altro bambino, nonostante tutto sono stata molto contenta. La gravidanza è andata meglio rispetto alle altre, ho avuto meno nausea, ma vista la mia situazione me la sono goduta anche meno, ho avuto meno pensieri sulla pancia, me la sono coccolata meno. Quando poi è scoppiata l’epidemia ho pensato che era ancora una volta una difficoltà, ma che l’avremmo superata. Un po’ di giorni prima del termine, un pomeriggio mi si sono rotte le acque. Siccome ero risultata positiva allo streptococco, sono andata subito al pronto soccorso. Erano circa le 7 di sera. Sono dovuta entrare da sola, mi hanno subito preso i parametri compresa la temperatura che era normale e poi mi hanno fatto il tampone. Poi mi hanno fatto il tracciato, ma non avevo nessuna contrazione. A quel punto mi hanno messo in una camera nel reparto “limbo” in cui ti trattano già come se fossi infetta, quindi ero sempre da sola, con mio marito seduto in macchina nel parcheggio ad aspettare notizie. Io ero lì con un sacco di pensieri: questo travaglio parte o non parte? Quando faranno entrare mio marito? Poi mi hanno detto che avevano deciso di indurmi il parto con l’ossitocina, cosa che mi ha spaventata perché avevo sentito il racconto di alcune mie amiche che dicevano che il travaglio era stato molto doloroso, quasi violento. Gli operatori venivano pochissimo, in una volta cercavano di concentrare tutto quello che dovevano fare, quindi ero quasi sempre sola e i pensieri andavano a mille! Mi sono ritrovata così in uno stato che definirei di ansia nervosa. Chiamavo mio marito in modo da sentire almeno una voce che mi potesse un po’ rassicurare. Mi hanno portata in sala parto verso mezzanotte dove hanno cominciato le procedure di induzione. Io subito ho chiesto di fare l’anestesia epidurale perché ero troppo carica di pensieri e di paure amplificate dall’essere stata da sola. Le contrazioni sono partite subito e in un’ora è nata E. Per fortuna in sala parto c’era anche mio marito, mi sono resa conto che la cosa importante era proprio solo che lui ci fosse, dopo si è lamentato per una settimana per il male alla mano che ha avuto per quanto gliel’ho stretta! Naturalmente ho dovuto partorire con la mascherina, il che non è stato per niente facile e anche dopo, quando mi hanno dato in braccio la mia bambina, avevo ancora la mascherina. Io e mio marito siamo stati in sala parto per due ore solo noi tre, senza nessun altro, e questo è stato davvero bellissimo! Ho lasciato che mio marito prendesse per primo in braccio la nostra piccolina per dargli il tempo di conoscerla e di coccolarla e poi anch’io me la sono goduta, anche se con le mascherine non l’abbiamo potuta baciare. Poi mi hanno riportato nella camera “limbo”, ma dopo qualche tempo sono arrivati a dirmi che ero risultata positiva al tampone. La notizia è arrivata del tutto inaspettata perché nei mesi precedenti non avevo avuto nessun sintomo e dal 22 febbraio ero andata in giro pochissimo, da marzo poi eravamo stati tutti chiusi in casa, anche mio marito aveva lavorato da casa! Subito mi hanno spostato in un’altra camera e hanno mandato via mio marito che non è più potuto venire a trovarmi. Io ero stremata, già partorire è sconvolgente, sentire poi che ero positiva! Troppe emozioni tutte insieme! Per fortuna la mia bambina era con me, ma ho vissuto una grande lotta interiore. Dovevo sempre tenere la mascherina, quindi non la potevo baciare e sentire quel profumo magico, di nuovo, di vita, e poi pensavo che mia figlia, la mia bambina, non mi aveva ancora visto in faccia, non aveva visto la sua mamma! Avevo la tentazione di togliermi la mascherina, ma poi mi sorgevano i sensi di colpa, se le avessi attaccato il virus non me la sarei mai perdonata, perciò resistevo. Ha dovuto tenere la mascherina per un mese, anche dopo il ritorno a casa , mi è pesato tantissimo. Ho odiato la mascherina, ho deciso che quando tutto sarà finito farò un bel falò di mascherine. Avevo tutti questi pensieri, ma almeno la mia bambina era con me. Ma la mia fatica non era finita. Verso la mezzanotte, sono venuti a dirmi che la mia bambina era risultata positiva allo streptococco e quindi che la dovevano portare in terapia intensiva. Mi è mancata la terra sotto i piedi, anche perché ero sola ad affrontare ogni cosa. Io ho avuto un travaglio e parto molto veloce, in un’ora è nata, e questo da una parte è sicuramente una fortuna, ma c’è anche un altro lato della medaglia, manca il tempo per abituarti alla separazione. Quando fai un travaglio lungo, anche per sfinimento non vedi l’ora che il bambino esca dalla tua pancia, in un parto veloce in quattro e quattr’otto te lo ritrovi tra le braccia. Io non ho avuto il tempo di abituarmi che la mia bambina fosse fuori di me, e dopo poco me l’hanno portata via. Avevo tantissimi pensieri in testa, poi è prevalsa la stanchezza e mi sono addormentata. La mattina dopo stavo meglio, la troppa stanchezza fa male ai pensieri. Sono venuti a dirmi che la bambina stava bene, che doveva fare l’antibiotico in vena e che quindi l’avevano portata in terapia intensiva per proteggerla meglio dal covid, ma che non c’era niente di cui preoccuparsi. Se avesse reagito bene, due giorni dopo l’avrebbero riportata in camera perché avrebbe potuto proseguire con l’antibiotico per bocca. Io mi sono ritrovata da sola senza sapere come riempire il tempo. Mi sono alzata, ho fatto la doccia e mi sono messa a fare il letto e a riordinare la stanza. Le infermiere mi hanno chiesto perché lo facessi e io ho risposto che volevo cercare di darmi una sorta di normalità. Devo dire però che in realtà poi non mi sono mai sentita sola perché ho ricevuto telefonate e messaggi in continuazione, tanto che a volte dovevo tardare a rispondere. Dopo due giorni mi hanno riportato la mia bambina e finalmente, anche se avevo ancora la mascherina, era con me. Per fortuna ho potuto allattarla senza difficoltà perché subito dopo il parto si era attaccata e nella prima giornata aveva ciucciato molte volte. Poi nei due giorni di separazione mi ero tirata il latte con il tiralatte, quindi l’allattamento non è stato un problema. Dopo una settimana sono tornata casa in ambulanza. All’inizio E. è stata molto isolata, anche se era una terza ha fatto un po’ l’esperienza della figlia unica perché le sorelle non la potevano vedere e tocchicchiare! È stata fortunata anche perché il papà lavorava da casa ed è potuto stare con lei molto di più di quanto avesse potuto con le altre due sorelle. È una bambina molto tranquilla, e io, essendo a casa, mi sono potuta adeguare alle sue necessità. Quando è finito il mese in cui ho dovuto tenere la mascherina l’ho consumata di baci!

 

LA MIA SCATOLA DI CIOCCOLATINI

Il 10 aprile di quest’anno, in piena “fase uno”, nella giornata del venerdì santo è nato Zeno. È il mio quinto figlio e dunque tutto quello che riguarda la nascita lo sapevo già, ma nella mia esperienza ho maturato la consapevolezza che ogni parto è a sé e comporta sempre un’incognita. Alla mattina avevo avuto delle contrazioni e sono andata in ospedale per il controllo a termine gravidanza, ma l’ostetrica che mi ha visitato ha detto che il collo dell’utero era chiuso e non era ancora il momento, così a mezzogiorno sono rientrata a casa. Mi sono affidata alle sue parole, ma sentivo che quel “momento” era ormai imminente. Erano le 14, avevo contrazioni molto forti e cresceva dentro di me una paura per la forte dissonanza fra ciò che sentivo nel mondo interno e ciò che il mondo esterno mi aveva rimandato a seguito della visita dell’ostetrica. Mio marito è stato davvero fondamentale per me in quel momento pieno di confusione e paura. Ha dato forza al mio sentire e ha deciso con fermezza di andare in ospedale. Le contrazioni aumentavano durante il tragitto e il lockdown in questo caso ha giocato a nostro favore. A quell’ora nel giorno del venerdì santo, il centro urbano in cui si trova l’ospedale è generalmente bloccato, per via della preparazione della via crucis, ma questa volta le strade erano deserte e così sono arrivata in breve tempo. Erano le 15.04 e appena venti minuti dopo è nato Zeno. Il parto è stato incredibilmente veloce, nessuno dei precedenti era stato così rapido. Ricordo di aver notato un orologio digitale durante il travaglio ma ero talmente immersa nel mio tempo, così intenso e ricco di sensazioni, da pensare con convinzione che non fosse regolato correttamente. Anche la vista del crocifisso affisso al muro ha avuto un forte impatto su di me, in quel periodo speciale del Covid, in quel giorno speciale del venerdì santo, in quel momento speciale della nascita del mio bambino. Non dimenticherò mai il momento in cui Zeno è nato. Non ha pianto subito ma sembrava guardarsi intorno incuriosito. L’ostetrica ha subito commentato come fosse vigile e interessato al mondo. Nonostante la mia miopia e fossi senza occhiali, sono rimasta colpita dal suo sguardo attento che cercava i miei occhi. Il nostro primo incontro è stato di sguardi. Questa sensazione di vuoto e silenzio sperimentata attraversando la città per andare in ospedale è stato un aspetto ricorrente, che mi ha accompagnata per tutto il tempo del Covid. Quando ho effettuato le visite di controllo durante la gravidanza di Zeno ho subito notato una significativa diversità da quelle precedenti. Avendo già 4 figli avevo già frequentato gli ambulatori di ostetricia. Nella mia esperienza in sala d’attesa ci sono coppie o addirittura famiglie intere, genitori e bambini. Alla mia prima visita all'inizio dell'emergenza Covid, il silenzio di quella sala d’attesa con tre donne sole, senza alcun accompagnatore e distanziate l’una dall’altra, mi è rimasto dentro. Un silenzio mai sentito in quel posto che ho sempre vissuto pieno di vita. Percepivo la stessa sensazione di insicurezza e paura che provavo io anche negli operatori, sia nelle infermiere che nelle ostetriche, ma l’incontro con il medico mi ha trasmesso molta sicurezza e fiducia. Nelle visite successive anche l’emergenza è diventata routine, il vuoto, il silenzio, la mascherina sono diventati quasi normalità. La macchina ospedaliera sembrava essersi settata su questi nuovi parametri di sicurezza. Nel reparto le stanze generalmente doppie adesso ospitavano una sola mamma, i neonati non venivano più portati al nido ma stavano sempre in camera ed era vietata la visita dei familiari. Mi è dispiaciuto che i miei bambini non potessero conoscere Zeno sin dal suo primo giorno di vita. La gravidanza è stata altalenante, ci sono stati passaggi difficili, densi di ansia e di incertezza. Per tutte le mie gravidanze sono stata seguita in una struttura sanitaria dove questa volta ho percepito un giudizio dinnanzi alla nostra scelta di non fare indagini prenatali. Non si trattava di qualcosa di esplicito, ma trapelava nell’insistenza con cui venivamo invitati a riflettere e a vagliare tale possibilità a fronte dei molteplici rischi possibili. La mia forma mentis un po’ quadrata in termine di rigore, mi portava a pensare che i presupposti di un buon percorso fossero di iniziare e finire nella stessa realtà. Nonostante il rigore e la coerenza che la mia mente tende a mettere in primo piano, ho deciso di ascoltare il mio cuore e il desiderio di trovare un posto dove la nostra scelta familiare potesse essere accolta senza giudizio e condizionamento. In accordo con mio marito, al quarto mese di gravidanza abbiamo cambiato centro di riferimento e adesso posso dire che è stata una buona scelta e un buon incontro.

 

SONO, SIAMO TANTO FORTUNATI

R. è nato l'8 maggio, il termine sarebbe stato il 25. Il 5 maggio ho l'ultima visita con il ginecologo e la visita per programmare l'analgesia. Con il ginecologo scherziamo "Se nasce oggi, molto napoleonico..." Insomma, qualche rischio c'è che debba nascere subito, ho un piede gonfio e la pressione alta e vengo inviata al pronto soccorso ginecologico, che dopo gli accertamenti mi dimette. Purtroppo il giorno successivo la pressione è ancora alta e quindi torno in ospedale, dove vengo trattenuta perché devo partorire. Mi fanno il tampone e, quando sto per andare in sala parto, una infermiera mi dice "Bella signora, è risultata positiva al Covid". Rimango allibita, stordita, una vera doccia fredda. Non ho mai avuto sintomi, non ho mai frequentato persone che si sono ammalate, mi sembra tutto assurdo. Mio marito lascia la borsa all'infermiera....da quel momento non l'ho più visto, né altri, mia mamma, mia sorella, nessuno della mia famiglia vicino a me! Quindi vengo ricoverata il 6 maggio e Riccardo nasce l'8, con parto indotto, il palloncino, l'ossitocina. E' stato difficile, molto difficile. Torno a casa il 12 maggio con l'auto del Soccorso, nessuno della mia famiglia poteva venire a prendermi, l'isolamento era assoluto, solo io e il mio bambino, anche mio marito doveva rispettare la quarantena. Naturalmente non ha potuto assistere al parto. Sono fortunata, viviamo in una casa a due piani, così ci siamo divisi, mio marito è rimasto nella porzione di casa dove c'è la cucina mentre R. ed io ci siamo sistemati al piano superiore. Mio marito cucinava e lasciava il piatto sulle scale, dove lo recuperavo. E' stato provante, molto provante. R. è il nostro primo figlio e davvero il parto vissuto in quella situazione è stato molto provante, senza mio marito, mia mamma, mia sorella. Però non finirò mai di ringraziare Chiara, l'ostetrica che mi ha seguita, che stata per me un supporto grandissimo, anche psicologico. Partorire con la mascherina è tremendo e lo è anche essere circondata da personale tutto bardato, come fossimo in una stazione spaziale. R. è risultato negativo, mi hanno chiesto il permesso di fare altri esami, anche dal sangue cordonale per fare studi sul Covid. E' difficile gestire un bambino con la mascherina, come mamma vorresti coccolarlo, baciarlo, vorresti mangiarlo di baci, ma non puoi. E poi l'ansia di poter far ammalare il mio bambino, è una cosa tremenda. A casa mi ha preso una specie di psicosi, stavo male, disinfettavo tutto, tutto sterile naturalmente, ma con una sorta di frenesia. E poi, diventi mamma, il tuo bambino è meraviglioso, lo vorresti esibire, e invece no! Non lo vedono i nonni, gli zii, gli amici...Per fortuna abbiamo potuto un po' ovviare con le tecnologie, così anche la bisnonna ha potuto vederlo. Anche ora, che la quarantena è finita, usciamo molto poco, andiamo dai nonni e da mia sorella, però non vediamo gli amici ancora, abbiamo chiesto a tutti di non venirci a trovare per ora. Sono rimasta così sconvolta dal fatto di essere risultata positiva quando non ho mai avuto una linea di febbre, sono sempre stata bene, eppure.... E' stato così grande lo spavento, partorire così, il primo figlio, senza mio marito, con tutte le paure possibili sulla salute di R.! Certo ci sono i cellulari, ma è difficile in quei momenti. Forse una telecamera potrebbe aiutare. E' andata così,in ospedale stanno cercando di fare nel migliore dei modi. Il personale fa tutto il possibile per cercare di farti stare bene. C'è la ragazza più coraggiosa e diretta che ha un certo approccio, poi c'è quella più timorosa e riservata, e allora ti sembra più fredda, ma sono differenze di carattere, è umano. Certo è difficile, con tutte quelle protezioni, potersi parlare, capire, ma nonostante questo sono stati tutti bravissimi e ci hanno fatto sentire coccolati, per quanto possibile. Soprattutto l'ostetrica è stata meravigliosa, ci sentiamo ancora adesso. Ho trovato in tutti serietà, professionalità e coraggio, devo ringraziare tantissimo il S. Anna. Mi hanno chiesto se volessi andare al S. Gerardo di Monza, in quanto ospedale di riferimento per il parto di mamme Covid, specificando che non era un obbligo, era facoltativo. A mia cugina che deve partorire in giugno in un ospedale di un'altra provincia è stato detto che se risultasse positiva dovrà andare in un altro ospedale. Io sono molto grata di aver potuto partorire nel mio ospedale, dove ero stata seguita, tanto più che non è così scontato. Chiara faceva turni più lunghi perché abita a Milano, per non fare troppi spostamenti. Mi ha seguita lei perché così non sarebbe cambiata l'ostetrica nel corso del travaglio, sono stati carini anche in questo. E' stato un aiuto grandissimo e tra noi si è creato un rapporto che mi ha sostenuta e rassicurata. Me la porto proprio nel cuore! Cosa mi è mancato ancora, oltre alla presenza di mio marito? Ho deciso tardi di partecipare al corso preparto, troppo tardi, perché i corsi a quel punto si erano interrotti. Mi è mancato avere tutte quelle informazioni che per mamme in attesa sono importanti. E mi è mancato l'allattamento; ho tentato per 10 giorni, ma il latte era davvero poco e la mia pressione si era rialzata. Cosi siamo passati al biberon, con dispiacere all'inizio, ma ora lo vivo serenamente. Ripensando a tutta la mia esperienza non posso non vedere che sono entrata in ospedale per una cosa bella, anche se difficile, per mettere al mondo il mio bambino. Altri sono entrati in ospedale e non ne sono più usciti, oppure hanno vissuto esperienze tremende come quelle della terapia intensiva. Io sono entrata in ospedale per dare la vita, altri l'hanno persa. Sono, siamo tanto fortunati.
 
 

NESSUNO, IN QUALSIASI MOMENTO È MAI SOLO

Mi chiamo E. e sono una neo-mamma che ha partorito l'11 Aprile in provincia di Como durante il lockdown a causa del covid-19. Il parto è un’esperienza unica per i futuri genitori. Passare insieme quei momenti, quegli attimi che si ricorderanno per tutta la vita. Durante il travaglio per una donna, avere affianco l'uomo che ama, il padre di suo figlio, è incoraggiante e l'aiuta a passare quel momento; parlandole oppure facendole un massaggio sulla schiena l'aiuta a non sentirsi sola. Beh, al tempo del covid-19, purtroppo, non ho potuto avere al mio fianco mio marito. Ho passato tutto il tempo del travaglio da sola, in una stanza vuota. Ogni due ore passava un'ostetrica per monitorare le contrazioni. È stato un momento difficile, dove le ore, sembrava, non passassero mai. Mandavo foto della mia faccia dolorante e messaggi a mio marito per fargli sapere come stavo e come stava andando, che stava aspettando il momento che lo chiamassero dalla sala d'attesa all'esterno del pronto soccorso ostetrico-ginecologico, per entrare in sala parto con me. Ah, è vero, dimenticavo che per tutto il tempo del travaglio e del parto ho dovuto tenere la mascherina (mi faceva diventare sempre più “paonazza" per il caldo e ovviamente per le contrazioni), e all’entrata dell'ospedale e poi ancora nel pronto soccorso ostetrico-ginecologico, mi hanno fatto il triage per sapere se sono stata a contatto con persone infette o se ho avuto sintomi e febbre nei precedenti 7 giorni. Appena ho partorito, mio marito è potuto stare con noi in una stanza per 2 ore. Poi, purtroppo, per le nuove regole causa covid-19, è dovuto andarsene dall'ospedale e nostra figlia ha potuto vederla solo dopo i 3 giorni di degenza, cioè solo quando ci hanno dimesse per andare a casa. Anche tutti i nostri parenti non hanno potuto vederla, nemmeno dopo il ritorno a casa, causa lockdown. Farla vedere in video-chiamata, non era sicuramente come avevo pensato per far conoscere mia figlia ai suoi nonni. Fortunatamente tutto è andato bene, ma al ritorno a casa, io non ho potuto avere al mio fianco la mia mamma, che poteva aiutarmi nei primi momenti con mia figlia. Quando dicono che la mamma è sempre la mamma, è vero. Avere affianco una donna che ha affrontato quello che stai affrontando tu, può aiutare sicuramente in qualsiasi cosa. Sicuramente, non avere visite dai parenti ha fatto si che potessimo goderci i primi momenti da soli, genitori e figlia. Ecco, questa è stata la mia esperienza da futura mamma e neomamma. E aggiunto solo una cosa: nessuno in qualsiasi momento è mai solo. Che sia l’ostetrica o la compagna di stanza a darti quell’aiuto che ti serve, parola o gesto. In bocca al lupo a tutte le mamme in attesa e alle neo-mamme al tempo del covid-19.

 

IL TEMPO DELL’ATTESA DURANTE LA PANDEMIA

La nostra seconda bambina nascerà a metà settembre. Il 4 marzo abbiamo fatto la translucenza nucale, il 23 aprile la morfologica. Due date importanti per una mamma in attesa. Pochi giorni dopo il 4 marzo sono entrate in vigore le prime disposizioni relative al lockdown. È stato l’ultimo controllo fatto in relativa tranquillità. Da allora in poi avrei potuto fare in Ospedale solo visite o esami strettamente necessari e urgenti. E ogni mamma sa quanto la ritualità dei controlli dia il ritmo alla gravidanza e contribuisca alla serenità! Mio marito aveva compreso da subito la gravità della situazione. Il ginecologo si raccomandava “non deve prendere il covid! Stia al riparo”. Mi chiedevo cosa sarebbe potuto accadere se mi fossi ammalata. E lui rispondeva “se lo dovesse prendere la curiamo, ma è un rischio che è meglio evitare”. La preoccupazione di non ammalarmi era il mio unico pensiero. Io non dovevo andare al Pronto Soccorso Ostetrico. La mia primogenita M. di due anni non doveva farsi male. Dovevamo stare tutti bene per tenerci lontani dagli ospedali. I luoghi di sicurezza potevano rivelarsi di rischio. Abbiamo vissuto tutta la durezza della quarantena, che ci imponeva l’isolamento e di non poter uscire, ma anche i lati positivi che ci portava. Abbiamo trascorso tutto il tempo io e mio marito vivendo 24 ore al giorno insieme, abbiamo fatto smart working da subito. Stavamo insieme sempre, quando di solito per lavoro dalle 7 alle 19.30 il tempo ci teneva lontani. Ci voleva una pandemia per poter stare insieme tanto! Non si era più abituati a vivere la quotidianità. Durante la quarantena non uscivamo, ci facevamo consegnare la spesa a domicilio. Con lo smart working si lavora molto di più perché i ritmi del lavoro si dilatano durante tutto il giorno. Però eravamo insieme e ci potevamo concentrare su nostra figlia. Lei era il centro del nostro mondo. E viveva la bellezza di averci insieme, tutti e due. Si è adattata in breve tempo al cambiamento. Ha imparato a parlare in questo periodo, non sembra essersi resa conto di nulla. Penso le mancassero i bambini, era abituata ad andare al Nido. Ora, con la ripresa, vive la felicità di poterli vedere. Se penso alla gravidanza, sono stata privilegiata perché è la seconda maternità. Con M. avevo fatto il corso preparto, è passato così poco tempo dalla sua nascita che non pensavo di rifarlo. Per le mie amiche al primo figlio è stato diverso, loro hanno potuto fare il percorso solo online, non in presenza con il gruppo delle mamme. E anche altre mamme che conosco e hanno partorito in questo periodo so che hanno vissuto il travaglio e il parto con una grande fatica. Se penso alla mia prima gravidanza, avevo un pensiero fisso sulla pancia, ero concentrata su cosa stesse accadendo dentro la pancia, facevo tante foto. Adesso no e rivolgendomi alla mia piccola le dico “sei proprio la seconda!”. Verso fine marzo ho incominciato a sentirla muoversi dentro la pancia. “Ti ricorderai che sei nata l’anno del covid!”, pensavo rivolgendomi a lei. In questo periodo ho sofferto la mancanza di mia madre, la mia famiglia abita in Puglia, la lontananza è stata dura. Mia madre veniva spesso a trovarmi, in questi mesi non ha potuto e anche adesso i voli sono bloccati, potrò rivedere la mia famiglia solo a fine giugno. Mi è mancato stare con mia madre nella normale quotidianità e nella straordinarietà dei piccoli gesti apparentemente ordinari, ma che sono rituali, come fare gli acquisti per la futura nascita, pensando alla bambina che verrà. I miei genitori poi erano preoccupati per noi, vedevano al telegiornale quelle scene terribili e non erano sereni. Il 23 aprile per la morfologica sono andata tutta bardata, super protetta, da sola, non poteva accompagnarmi mio marito, mi ha aspettato in macchina. Mi è spiaciuto perché questa ecografia sarebbe stato bello avesse potuto vederla anche lui. La ripresa è stata particolare, mio marito dai primi di giugno va un paio di giorni a settimana al lavoro, ma si sente tutelato e molto in sicurezza. Per il resto continua con lo smart working. Io tra poco entrerò in maternità. È stato difficile ricominciare la vita “fuori”. Quando è stato possibile uscire, abbiamo fatto una passeggiata sul lungolago. È stata una brutta sensazione, ci si guardava con sospetto incrociandosi, si pensava “sarai mica malato?”. Dicevo a mio marito “ma come usciremo da questa pandemia? Sociopatici ed egoisti!”. Adesso invece mi sembra che ci sia stato un cambiamento e siamo più rilassati, si ha un po’ meno paura dell’altro. Mi sembra una cosa bella se leggere la mia esperienza può essere di aiuto ad altre mamme..

 

INSIEME SI PUÒ SUPERARE TUTTO

Ho voluto un secondo figlio non subito, la nascita del primo mi aveva sconvolta, scioccata, sia per l’insensibilità della ginecologa di turno durante il parto sia perché la mia vita, piena, pienissima è diventata di colpo ferma e alla stregua di una “tetta vivente”. Ma presto sono tornata ad essere me, a riavere la mia vita, i miei impegni, il mio lavoro, con l’aiuto di un papà fenomenale, di una nonna fantastica e di una bella rete di amici, ho ripreso pezzo pezzo la mia vita, cambiata certo, ma in meglio, il mio primo figlio è diventato parte importante della mia vita, arricchendola. E così, guardando il suo papà negli occhi, quell’uomo a cui, dopo il parto, avevo detto “mai più”… ho detto “ne facciamo un altro?” e lui ha detto sì. Lo abbiamo cercato, subito, per crescerli insieme, ne abbiamo parlato, abbiamo fantasticato e tutto mi sembrava per assurdo più semplice “so cosa mi aspetta, ci sarete tu e il fratello, sì sarà diverso ma la prima volta ce la siamo cavata, andrà tutto bene”…Tutto andrà bene…un leit motiv di questi tempi di cui ancora non sono convinta del tutto, almeno non fatto così, come frasetta sponsor che dovrebbe coprire e soffocare lecite paure. Tutto è andato bene per un po’, la condivisione con gli amici, le coccole, e prendermi cura di me e della mia famiglia, impostare il lavoro sulla base della prima esperienza. Poi, di colpo, tutto è cambiato, tutto ciò a cui eravamo abituati è sparito, ogni programma saltato. Niente shopping per il nuovo cucciolo, ho fatto la lista nascita online, niente lunghe passeggiate, sono stata ferma per settimane barricata in casa insieme al mio primogenito, passando dal pieno ottimismo all’umore più nero. Che vita sto offrendo ai miei figli? In che mondo sto per mettere il mio secondogenito? Come lo porterò fuori? Dove e come lo partorirò? Ad alcune di queste domande, a 3 settimane dal termine, non so ancora rispondere, benchè il lockdown sia terminato, l’ospedale da me scelto non ha ancora riaperto, non sono certa che da qui a tre settimane nella mia regione non cambino di nuovo idea e mio marito possa assistere alla nascita, mio marito, quello che per me è stato fondamentale nel primo parto, capace di curarmi, accarezzarmi, coccolarmi e difendermi, insieme alla mia fantastica ostetrica. Io non vedrò il mio primo figlio durante la degenza e lui non vedrà il suo secondogenito, a tutti verrà portato via qualcosa, perché il covid ha fatto questo, ad ognuno di noi ha portato via qualcosa, ai più sfortunati ha portato via la vita o la salute o una persona cara o la sicurezza economica, ai più fortunati, come me, altro. Io preparo scorte di baci in scatola, piccoli regali per la casa e libri sul cellulare da leggere al mio primo figlio in videochiamata. Dico a mio marito ridendo che quando avrò le doglie vedremo in che ospedale andare a seconda di ciò che sarà aperto, ma sotto sotto ho paura, non ho certezze ed in un momento come quello del parto, in cui nessuna certezza si ha normalmente, la cosa mi turba molto. Pensare di non vedere il mio piccolo e scatenato duenne per giorni mi fa stringere il cuore. Le persone mi dicono “aspettiamo con ansia, speriamo passino in fretta queste settimane” e anche se la pancia pesa e vorrei davvero avere il mio piccolo tra le braccia, io vorrei mancassero ancora 3 mesi per prendere tempo. Mi sento in colpa, per queste due vite che ho messo al mondo, poi mi dico che non era preventivabile, che passerà, che sono fortunata: sono in salute, ho un lavoro e una famiglia, ma soprattutto loro due. E mi domando che viso avrà, a chi somiglierà, se sarà come suo fratello, così curioso del mondo che lo circonda, lo stesso mondo che adesso non so come fargli esplorare. Mi chiedo che tracce lascerà su di loro e su di noi, poi mi dico che i bambini sono molto più resilienti di noi e che, trovate le risorse giuste su cui far leva, sapranno cavarsela. La mia prima gravidanza è stata un’altalena emotiva, come credo sia ogni gravidanza, anche la seconda non è da meno e su questa altalena dondolo e mi lascio trasportare, ben consapevole che ogni mio stato emotivo ha un senso e devo averne cura e ascoltarlo. A volte mi dico che tra anni sarà quasi divertente raccontare loro perché la mamma ha le foto di lei con la pancia, papà e fratello con le mascherine, chissà come sarà partorire con quella cosa sulla faccia, dimenticherò la sensazione che mi darà e a un certo punto non sarà che un aneddoto da raccontare. E chissà… forse un giorno andrò dal loro papà e gli dirò che forse, magari, possiamo ricominciare perché insieme possiamo superare tutto, anche le pandemie.

 

PADRE CACCIATORE

Sono un uomo di 41 anni nato e cresciuto in Italia dove mi sono laureato in sociologia. Ho iniziato in seguito varie esperienze di studio e lavoro in diversi paesi del mondo fino a stabilirmi in un paese del Nord America dove ho conosciuto quella che sarebbe diventata mia moglie, una donna profondamente multiculturale, che nella sua vita ha vissuto in quattro continenti e parla molte lingue. Vivere all'estero e così distante comporta dei costi in termini relazionali con le nostre famiglie e con gli amici di una vita, che vedo molto raramente. Penso di poter dividere la mia esperienza di neo papà durante il covid in due momenti: prima e dopo la nascita di mio figlio. Il primo impatto è stato di avvertire qualcosa di importante e grave ma lontano: accadeva in Cina. Quando è arrivato in Italia e ho sentito racconti di situazioni tragiche, è cresciuta la mia tensione emotiva, ho iniziato a cercare notizie, a contattare amici e familiari per sapere come stessero e per rincuorarli. Allo stesso tempo questo mi ha provocato una forte pesantezza morale, la preoccupazione profonda per i miei genitori, gli amici, per il mio Paese, e ciò toglieva un po’ di attenzione a quanto stava accadendo alla nostra coppia, che si stava preparando all’arrivo del primo figlio. In breve tempo il covid è arrivato nel nord America, soprattutto nella regione in cui vivo, diventata il fulcro del virus. Il mio istinto, direi primitivo, di riuscire a procurare del cibo per mio figlio che doveva nascere è diventato fortissimo. Ricordo di essermi precipitato al supermercato due giorni prima del lockdown, e di aver riempito un carrello enorme di scatolame, riso…mosso dal bisogno primordiale del “padre cacciatore” che deve provvedere alla sua famiglia. Quindi è subentrata la paura. Ogni azione è diventata molto complicata. Ho dovuto rinviare molte questioni pratiche, per esempio stavo per acquistare un’auto immaginando così di avere la nostra “bolla” per chiuderci lì quando dovevamo andare a fare visite e controlli prenatali. Poi hanno chiuso le frontiere….una notizia bomba per noi che non abbiamo alcun familiare nel Paese dove viviamo. Aspettavamo l’arrivo della mamma di mia moglie che ci avrebbe aiutati, in fondo è la prima volta che diventiamo genitori, e abbiamo dovuto rinunciare alla sua presenza; questo mi ha spaventato ulteriormente. Mia moglie è stata bravissima, ha iniziato a leggere, informarsi, inviarmi link da consultare. I miei dubbi si sono spostati da questioni pratiche (come farò a fare la spesa? Come farò a portare in giro il mio bambino?) a domande…più profonde: come farò a fare il papà? A chi potrò appoggiarmi? Inoltre, per limitare i contagi, in ospedale hanno deciso che solo la madre potesse essere presente ai controlli neo-natali. Durante il lockdown la casa è diventata uno spazio intenso di vita, di coppia, di preparazione alla nascita, e anche uno spazio di lavoro. Tutto ad un tratto mi sono trovato relegato al nostro appartamento. Questo a creato un forte coinvolgimento emotivo, ho potuto seguire minuto per minuto la gravidanza di mia moglie, le emozioni, i pensieri, tutto!- e così ci siamo anche preparati insieme al parto. Il covid ha portato grandi cambiamenti anche alla mia vita relazionale: io sono una persona molto socievole e amo stare con gli altri. Di colpo mi sono trovato a non poter fare nulla di tutto ciò, a rinunciare ai momenti di intimità amicale nei quali potevo condividere i miei sentimenti e confrontarmi sul fatto che sarei diventato papà, raccontare i miei dubbi… avere un altro parere che aiuta a tranquillizzarmi e avere una visione più ampia di quella che può essere solo la mia. La mia vita relazionale si è trasferita sulle varie piattaforme online, che mi hanno permesso di rimanere in contatto e vicino emotivamente agli amici e alla famiglia, sebbene a distanza, e di capire chi davvero tiene a me… alcune persone mi hanno sorpreso, alcuni colleghi mi chiamavano tutti giorni per sapere come andassero le cose per me è mia moglie, come stavamo e se potevano fare qualcosa per noi. Il parto è stato molto naturale, semplice, è andato tutto bene, l''abbiamo vissuto molto insieme. Fortunatamente sono potuto entrare nella stanza del parto, partecipare a questo momento e stare vicino a mia moglie. E tutto ad un tratto ci si trova in casa, in tre, con nostro figlio. Per fortuna avevo già cambiato un po' la dimensione spaziale, mi ero già abituato a rimanere in lockdown e per me non è stato un trauma dover rimanere 24 ore su 24 sempre in casa, uscendo solo per le cose strettamente necessarie. In questo senso, il covid è diventato opportunità per poter riscoprire e vivere intensamente già da prima il nostro “nido domestico”. È diventata un’enorme opportunità per me per vivere in prima persona, senza nessuno al di là di me, mia moglie e nostro figlio, quello che ci stava capitando. In inglese si dice “there is no replay”, non c'è un'altra opportunità per rivivere questi momenti. Se avessi avuto altre persone accanto, probabilmente la mia tensione emotiva e il mio impegno profondo in questi momenti sarebbe stato minore. Ho vissuto intensamente tantissime questioni pratiche, ma ho anche avuto l'opportunità di essere vicino ad ogni respiro del bambino, di mia moglie, ad ogni situazione che si viveva. Ho vissuto una relazione fortissima con loro, emozionante, che ha assorbito tutta la mia quotidianità, l'attenzione e la tensione emotiva. La relazione con gli altri avviene sempre online ed è interessante vedere come, nonostante tutto, si possono fare delle cose molto belle; per esempio, abbiamo raccolto più di 60 persone fra amici e familiari sparsi in tutto il mondo per presentare il nostro bambino e spiegare il nome che gli abbiamo dato, e forse se non ci fosse stato il covid non avremmo mai pensato di poter fare una cosa del genere, ci saremmo trovati con due o tre amici senza molte altre pretese. Il distanziamento sociale ci impedisce di vedere i nostri amici e fargli conoscere “dal vivo” il nostro bambino, e la preoccupazione non è più quella primordiale di procurarmi quanto occorre alla mia famiglia, ma come gestiremo situazioni più normali come per esempio l'incontro col passante che vuole avvicinarsi alla carrozzina. Immagino che questo accadrà meno rispetto a prima, almeno fin quando la pandemia non sarà terminata. Penso che la pandemia abbia portato molta paura, molti dubbi, mi abbia costretto a ricostruire la dimensione spazio-temporale dell’esistenza, ma mi abbia anche regalato molte opportunità: quella di vivere molto intensamente questo momento, di costruire delle relazioni forti in maniera diversa e attraverso canali diversi. Non so cosa ci aspetterà per il futuro: ci sarà una nuova ondata? Troveranno un vaccino che ci farà dimenticare di questo aspetto? Immagino che nell'immediato le cose non cambieranno molto e quindi si prospetterà ancora una vita molto intensa a tre. Fortunatamente io posso lavorare a distanza e quindi questo mi aiuta molto; forse nasceranno tensioni perché dovrò conciliare lo spazio di lavoro con quello della mia famiglia, dato che avere un bambino piccolo per casa limita molto la possibilità di lavorare, soprattutto quando serve molta concentrazione… ma sono sicuro che si troveranno aspetti creativi anche in questo, per esempio semplicemente mentre mio figlio dorme potrò andare in garage e continuare a fare tranquillamente il mio lavoro. Per finire, caro covid, devo dire che sei tra le cose peggiori che abbia mai vissuto...ma devo anche confessarti che senza te avrei vissuto meno profondamente amicizie, famiglia e paternità.

 

 

 

Ti racconto una storia

C'era una volta un re...no, questa storia non comincia così, non parla di re e regine ma forse una magia si compie ugualmente.

Alì ha otto anni e la sua pelle scura, i grandi occhi nocciola risaltano sulle lenzuola bianche dell'Ospedale. Viene da un piccolo paese dell'Africa e ha la leucemia.

Ha già perso molto tempo da quando la malattia è stata scoperta: il suo paese, troppo povero, non riesce a rimborsare le spese sanitarie della grande nazione europea a cui si appoggia e Alì è rimasto là col suo male che gli divora il sangue.

È passato un medico italiano: a Monza c'è un reparto all'avanguardia per la cura delle leucemie infantili, qualcuno pagherà.

Così ci conosciamo: lui piccolo, estraneo, in un mondo sconosciuto si aggrappa al padre che partirà domani; se non torna a casa gli altri fratelli e la mamma non sapranno come vivere. "Io sono un dottore che non fa le punture: Alì ti ho portato un papà e una mamma che ti vorranno bene fino a che non potrai tornare a casa."

Il suo viso resta triste, lo sguardo va all'uomo alto e magro a fianco a lui che lo tiene per mano: " Questo è mio padre e se ne andrà domani, a casa, con tutti gli altri! Forse sono stato troppo cattivo!"

Un bambino non è mai troppo cattivo, ha solo bisogno di aiuto ma Alì ancora questo non lo sa.

Marta e Roberto si alternano nella sua stanzetta giorno e notte aiutati, a volte, da Marina e Giulio, i loro due figli già grandi; si scambiano i camici, le mascherine. La febbre non scende, gli esami vanno male. A casa, la stanza che hanno preparato per lui resta vuota a lungo.

Io torno in Ospedale due volte alla settimana, parliamo in francese, la lingua ufficiale del suo paese; parliamo di casa, di mamma, dei fratelli; parliamo qualche volta delle sue rabbie, dei suoi desideri prepotenti, della vita di là, dei compagni.

Una mattina di Aprile ancora fredda ma luminosa Marta mi chiama: "Possiamo andare a casa, il secondo ciclo di chemioterapia è finito e Alì sta meglio." La primavera è in arrivo ma la strada è ancora lunga e difficile.

A casa di Marta e Roberto Alì può riprendere i contatti oltre che con la vita con il suo paese: un bel poster sopra il suo letto, alcuni documentari che Roberto ha cercato in cineteche specializzate, qualche ricetta tradizionale africana... non è “casa” ma c'è tanto calore e Alì può iniziare a fidarsi. Ogni tanto può rifugiarsi nelle braccia confortevoli di Marta, fare un po' di lotta, senza paura, con Roberto. A Marina e Giulio è più difficile avvicinarsi ma loro hanno i loro amici, l'Università, la loro vita; così Alì può godere di essere un “figlio unico” un po' speciale.

Non mancano altri momenti difficili: quando inizia a frequentare una scuola così diversa dalla sua nella quale si sente un marziano; quando a casa, quella vera, nasce un altro fratellino; quando nelle telefonate li sente tutti uniti, insieme e tanto lontani....

Finalmente esplode la rabbia per il suo esilio dorato, la sua esclusione, la malattia che lo fa sentire un figlio di serie B, la paura di essere rovinato per sempre e forse... di morire.

L'estate si avvicina e la leucemia regredisce, siamo tutti pieni di speranza. Nel caldo pomeriggio di fine giugno Marta e Roberto arrivano all'appuntamento molto arrabbiati: "Dottoressa non ci dica che non dobbiamo farlo perché questa volta accettiamo!" è il grido di Marta che mi chiede così di aiutarla invece ad essere ragionevole. "I genitori di Alì vogliono che noi lo adottiamo, ce lo hanno detto ieri e soprattutto lo dicono chiaramente a lui ogni volta che gli telefonano!" Nel tono della sua voce tutto il dolore di Alì nel sentire quello che sembra un rifiuto, l'essere buttato del tutto e per sempre fuori dalla famiglia, dalla casa, dal paese, dalla sua vita.

I dottori che non fanno le punture hanno spesso dei compiti delicati e difficili e nella lunga telefonata di chiarimento con la famiglia “africana” emerge una realtà ancora più triste e dolorosa. La mamma e il papà di Alì non sono dei mostri senza sentimenti, vivono in un paese dove manca tutto e dove due stipendi bastano a malapena, e non sempre, a far mangiare tutti. Alì ha avuto una fortuna incredibile! Separarsi da lui significa permettergli e offrirgli un futuro che loro non potranno mai dargli, una vita che loro non potranno mai fare. Non possono buttare via questa occasione!

Alì è tornato a casa perché i papà e le mamme che vogliono bene non si perdono mai. Per molti anni è tornato in Italia: per essere curato, per le vacanze, per gli studi superiori.

 

Il 16 dicembre 2019, dopo una laurea triennale in lingue e multiculturalità ha preso la laurea specialistica in relazioni internazionali.

 

 

Donatella Fiocchi

 

 

Quello che ancora non sapevamo

Oggi ho il termine: ho già chiamato l’ospedale per fissare la prossima visita, ma nonostante abbia camminato tutto il pomeriggio, di sintomi nemmeno l’ombra.

Gabriele si è finalmente addormentato.

È un’ora che cammino per la camera con l’orsetto ninnananna acceso per farlo addormentare.

Povera Maria, si sarà sentita un po' schiacciata e compressa lì dentro: nonostante Gabriele abbia 19 mesi e pesi poco più di 9 chili tenerlo in braccio è leggermente faticoso.

È da diversi mesi che ho alcune contrazioni ma tutti sostengono che durante la seconda gravidanza sia normale avvertirle prima.

Con la gravidanza di Gabriele non avevo mai avuto contrazioni fino a poco prima del parto.

Nella prima gravidanza tutto era stato diverso: non che mi fossi riposata ma almeno non avevo smesso di mangiare per evitare l’insulina a causa del diabete gestazionale. Di conseguenza la bimba non cresceva molto. Inoltre avevo dovuto fare i conti con un solo funerale invece di tre in meno di due mesi.

Sicuramente anche Maria, con tutti questi colpi al cuore, ne aveva risentito.

 

Non riesco a stare a letto, sarà l’ansia, i piccoli dolori o il braccio di Gabriele che mi tocca fastidiosamente la pancia.

Mi alzo, sarà meglio andare a fare la tisana di lampone. Nelle ultime settimane ne ho bevute così tante... per Gabriele aveva funzionato.

Il parto inizialmente era stato velocissimo, peccato che poi Gabriele avesse deciso di uscire con la “camicia” e il braccio tipo “Superman” davanti alla faccia. Sarà stata la tisana e l'olio di ricino o magari le palline omeopatiche consigliate da zia Eleonora, farmacista, a fare miracoli ma con Gabriele ne ero uscita solo con qualche graffio e nessun punto.

 

È l’una e mezza.

Il cellulare stasera lo tengo acceso… non si sa mai. L’applicazione delle “contrazioni” è così utile.

Ai corsi hanno ripetuto più volte di non andare troppo presto in ospedale, di farsi una doccia, di mangiare cose zuccherate, di mettersi in posizione a “C”.

"Che dolore... sta arrivando...” inizio a contare veloce 1-1 2-2 3-3 4-4 -…

Meno male è passata.

Il dolore è sopportabile, ho giusto il tempo di scaldare l’acqua per la tisana.

“Oh no…!”, si è svegliato Gabriele. Sta piangendo.

Corro in camera, cerco invano di infilargli il biberon dell’acqua in bocca ma chiaramente vuole il latte.

Lo prendo in braccio ma non riesco a sollevarlo.

“Luciano alzati, non ce la faccio, sbrigati, sto male”.

Luciano, assonnato, cerca di capire cosa stia succedendo.

Gabriele è ormai sveglio, non ho tempo e nemmeno le forze per tentare di farlo addormentare.

Sta ritornando un'altra contrazione e questa volta è più forte della prima.

Mi metto in ginocchio e mi appoggio al letto contando.

“Ogni quanto ce le hai?” mi chiede Luciano.

Do una rapida occhiata all’applicazione ma tenere i conti in questo momento non è pensabile.

Ogni 5, 3, 7 minuti ma sono ancora irregolari.

 

Sto troppo male. Per fortuna la contrazione ora è passata, torno a respirare normale.

Compongo il numero di casa dei nonni: “Mamma sto male, venite a tenere Gabriele, devo andare in ospedale, magari poi mi rimandano a casa ma non si sa mai”.

Per fortuna i nonni abitano a 15 minuti da casa. Essendo notte e conoscendoli in meno di 10 minuti si sarebbero vestiti, lanciati in macchina velocemente passando anche con il rosso se necessario.

Ho giusto il tempo di raccogliere le ultime cose da infilare in valigia e vedere Luciano che cerca qualche vestito nell’armadio che sento un dolore forte.

Sto per infilare i pantaloni, preparati da settimane e riposti vicino alla valigia, ma lascio perdere.

Corro verso il bagno: magari l’olio di ricino sta facendo effetto.

Ma anche stavolta, come per Gabriele, non sembra aver effetto se non far partire velocemente le contrazioni.

Ho una perdita… avrò rotto le acque?! No, mi rendo conto subito che si tratta di sangue.

“Luciano chiama l’ambulanza, chiama l’ambulanza”, grido preoccupata.

A ripensarci ora non so dove e cosa stesse facendo Gabriele in quel momento.

Probabilmente le urla e la stanchezza lo avevano destabilizzato.

 

In lontananza sento Luciano che parla con l’operatore del 112: “Mia moglie sta partorendo... Seconda gravidanza… Venite…bla bla bla”.

Per fortuna abitiamo in città e l’ospedale non è molto distante.

Pochi attimi e mi rendo conto di cosa stia succedendo davvero: sarebbero arrivati degli sconosciuti, per giunta volontari, a farmi partorire. Probabilmente mi avrebbero fatto partorire a casa o ancora peggio in ambulanza.

“No, No, No… Non doveva andare così! Che stupida perché ho aspettato così tanto... Che dolore…”.

 

Mi metto a pregare.

Sento la porta aprirsi con forza: è arrivata la nonna che cerca di tranquillizzarmi intanto che urlo dal dolore.

Luciano è scomparso, deve essere andato in macchina a caricare le valigie portandosi via i miracolosi granuli omeopatici antidolorifici.

Intanto è arrivato anche il nonno che viene in bagno a vedere come sto.

Lo caccio via, non voglio che mi veda in quello stato.

“Mamma, portami la tisana… Ah che dolore”. Urlo. “Aiuto... Aiuto”.

Anche Jack, il gigantesco cane di casa, inizia ad agitarsi.

Ha capito che c’è qualcosa che non va e ha deciso di appostarsi davanti alla porta del bagno per monitorare la situazione.

Perdo le acque, c’è diverso sangue sul pavimento.

Ho un’amnesia, sto per svenire e mi manca il fiato. Mia mamma mi da una sberla per farmi rinvenire.

Pochi secondi sembrano eternità, i ricordi sono confusi. Non so che ore siano... il contatore dell’applicazione del cellulare continua a girare. Non ho tempo di spegnerlo.

 

Arriva Gabriele, piange.

La nonna lo prende, lo porta in sala e lo fa sedere sul divano. “Stai qui, devo far partorire la mamma!!”.

Quante emozioni, quanta paura deve aver provato un bimbo così piccolo.

Se avesse parlato chissà cosa ci avrebbe detto. Tu come un angelo che veglia su di noi.

 

La nonna è ancora in sala, Jack a pochi metri da me.

Un dolore pazzesco, vedo la testa, spingo…

 

Per fortuna, durate la prima gravidanza avevo seguito due corsi pre-parto, gli incontri all’ospedale e la lezione al centro privato, ero anche riuscita a ricopiare gli appunti e sapevo, in teoria, tutte le posizioni e le cose da fare.

 

Ma in quel momento c’è in gioco la mia vita e non solo la mia.

Anche la tua.

Ero stata molto chiara anche durante la gravidanza di Gabriele, avevo scritto sul foglio del piano del parto dell’ospedale che se fosse andato qualcosa storto avrebbero dovuto salvare prima la bambina.

 

Spingo… non so come, non so perché, ho la prontezza di prenderti…

Sei nelle mie mani, piccola, un pò bluastra e sporca ma bellissima.

Non piangi, perché non piangi?… ti avvicino a me leggermente.

Urlo “è nata”…

“Com...” … La nonna si precipita nella stanza e mi aiuta a toglierti il cordone dal corpo.

Anche stavolta tutti i documenti preparati per poter donare il cordone non sono serviti a nulla.

 

Per fortuna il cordone è solo sul retro e tu respiri… finalmente fai un verso... ti avvicino e cerco di attaccarti a me.

Sei viva e questo è solo quello che conta.

Sapevo di doverti tenere il più possibile vicino a me.

Non ricordo se ti ho coperto, non ricordo cosa ho fatto.

So solo che mi sono trovata sette persone attorno che hanno tagliato il cordone e poi più nulla. Tutto nero.

“Sto svenendo, sto svenendo”.

Il pavimento freddo sotto di me. Un ago infilato nella gamba e poi finalmente torno a vedere: una sconosciuta tiene in braccio mia figlia, mio marito vestito con la giacca, sciarpa e cappello, un operatore cerca di cacciare via Jack che si stava agitando.

L’unico che era stato con me tutto il tempo.

 

“Date mia figlia a mio marito, date mia figlia a mio marito” continuo ad urlare.

Sapevo che non sarei potuta rimanere con Maria addosso per 2 ore, come avevo fatto con Gabriele.

Non c’era tempo. Dovevamo andare in ospedale.

Ma volevo che almeno avesse il contatto e sentisse la voce di suo padre che ci aveva accompagnato in questi mesi e che aveva imparato a conoscere.

Ma nessuno sembra darmi retta, nessuno si aspettava di trovarmi già con la bambina nata, erano venuti tutti per farmi partorire.

Sono le due e mezza passate. Una signora cerca di chiedermi a che ora è nata.

“Boh… Staranno state le 2.20”.

 

Potevano essere passate ore o pochi minuti.

Il tempo si era fermato. E il contatore del cellulare continuava a girare.

 

Mi ricoprono con un telo argentato come quello dei terremotati che vedi in televisione. Mi legano alla barella. Intravedo Gabriele, in sala, in braccio alla nonna che cerca di rassicurarlo dicendo che è diventato fratello maggiore e che Maria è nata.

Mi caricano sull'ambulanza.

La sconosciuta ha sempre in braccio la “Mia” bambina.

L’ambulanza parte... Nooo…, ho sempre odiato andare al contrario del senso di marcia. Anche ai tempi dell’università sul treno, piuttosto mi facevo tutti i vagoni per cercare un posto per viaggiare dritto.

Devo essere una rompiscatole anche in questo caso.

Continuo a dire di mettermi Maria addosso e che voglio allattarla.

Dalla finestra anteriore vedo la macchina del nonno che ci segue, il buio della notte e le luci che lampeggiano.

La sconosciuta ha pietà di me e mi mette un cuscino sotto la schiena, mi appoggia la bimba per pochi minuti, poi la riprende.

Sta prendendo troppo freddo. In effetti non mi sono resa conto ma ho i piedi gelati anche io.

 

Arriviamo in ospedale. Non la vedo più, la portano via. Per fortuna c’è Luciano con lei.

A me però tocca stare sola.

Devono ribaltare Maria come un calzino non essendo nata in ospedale, devono farle tutti gli esami e tenerla in culletta termica.  Ha preso troppo freddo ma dicono che sta bene.

Lei è forte, la mia piccola guerriera. Altro che minuta e che non cresceva, pesa ben 3,10 Kg.

 

Io sono costretta in sala operatoria per 2 ore, devono monitorare la situazione e farmi visitare dal ginecologo per i punti che fanno un male assurdo.

In fondo, nonostante il dolore, i punti e lo spavento, sono riuscita, ancora una volta, a cavarmela da sola.

Quello che mi fa innervosire è che non posso andare da Maria perché non mi fanno alzare.

Continuo a svenire, ho perso diverso sangue ma la forza e la voglia di vederla sono più forti di ogni cosa.

 

Quello che ancora non sapevamo è che il tuo cuore era malato…

ma questa è un’altra storia.

Il mio guerriero

Quando per la prima volta il ginecologo mi ha parlato di placenta previa ho pensato: “Beh, mi toccherà un altro cesareo e al massimo me lo faranno nascere un po’ prima...dai che magari riusciamo a farci anche una vacanzina a settembre!”...questi sono stati i primi ingenui ed egoistici pensieri di chi cerca di programmare la propria vita e quella della propria famiglia ed avere tutto sotto controllo senza fare i conti col fatto che apparteniamo a qualcosa di più grande di noi, che va oltre i nostri progetti.

Ho avuto il primo sanguinamento una mattina mentre stavo andando al lavoro; mi hanno immediatamente ricoverata, mettendomi a riposo...e anche in quell’occasione ho pensato di avere la situazione sotto controllo: bastava non fare sforzi eccessivi e così sarei arrivata al parto programmato.

Ma ancora una volta mi sbagliavo: altri sanguinamenti, altro ricovero. Mi dicevo: “Va bene, starò ferma nel letto dell’ospedale almeno fino alla 36° settimana...è un mese e mezzo, ma ce la posso fare. Nel frattempo il bambino crescerà tranquillo”.

Ma neanche il riposo assoluto sembrava bastare: rischio di emorragia troppo elevato e pericolo sia per me che per il bambino. Così il 18 maggio 2017, esattamente due mesi prima della data presunta del parto, il ginecologo mi ha annunciato che il mio bimbo sarebbe dovuto nascere entro breve...panico, paura, incredulità...era troppo piccolo, era troppo debole, era troppo presto...doveva ancora crescere nella mia pancia, non altrove... e poi non avevamo ancora scelto il nome.

Niente da fare: subito in sala operatoria...solo il tempo di avvisare mio marito che era ancora al lavoro e di prepararmi per l’operazione...e così alle 17.15 a 31 settimane è nato il nostro piccolo grande Mattia!

Quando mi sono risvegliata dall’anestesia c’era mio marito con me e prima ancora che potessi aprire bocca mi ha rassicurato: “Sta bene, pesa 1,8 kg, è nell’incubatrice in terapia intensiva. Ha bisogno di un po' di aiuto per respirare e di un po' di tempo per crescere..ma il nostro ometto ce la farà!”

I primi giorni sono stati i più terribili: io ero dolorante e riuscivo a muovermi solo in sedia a rotelle. Dopo 24 ore non avevo ancora visto, nè toccato il mio bambino e in più non vedevo Thiago, il mio primogenito, da alcuni giorni. Avevo una compagna di stanza con una bellissima bambina piangente sempre attaccata al seno e tanti amorevoli parenti in visita. Io ero insofferente a tutto: cercavo di tirami il latte con una terribile macchina e pensavo ad un’unica cosa: ingiustizia. Non era giusto che il mio bambino non fosse nella sua culla a fianco a me, che non lo potessi abbracciare, toccare, allattare...era come essere di nuovo madre e allo stesso tempo non esserlo.

La prima volta che sono scesa in TIN, terapia intensiva neonatale, ho scoperto un nuovo mondo: un mondo fatto di silenzio, luci soffuse, rumori dei monitor, regole rigide, incubatrici e macchinari vari, teste di genitori chine sulle culle, infermieri con volti coperti dalle mascherine, volti sorridenti, lacrime.

Quando mi hanno portato davanti all’incubatrice di Mattia ho pensato a quanto poteva essere fragile e indifesa quella creatura: era tutto nudo, ad eccezione di un enorme pannolino, il corpo pieno di tubi e tubicini e un’enorme maschera che gli permetteva di respirare, ma che nascondeva il suo minuscolo volto...era davvero piccolo...l’avrei potuto tenere nelle mie mani. Eppure aveva una grande forza: piangeva, si strappava il sondino dell’alimentazione, si muoveva...si vedeva che aveva voglia di lottare.

Ho pianto per tutta la prima settimana ogni volta che entravo in TIN: mi sentivo impotente davanti a tutta quella fragilità. Avrei voluto proteggerlo, stringerlo tra le braccia, stare sempre con lui...ma l’unica cosa che potevo fare era guardarlo dal vetro e toccarlo delicatamente attraverso le finestrelle dell’incubatrice. Mattia doveva crescere e per questo ci voleva tempo, pazienza e speranza: doveva arrivare ad un giusto peso ed almeno alla 36° settimana.

E poi il senso di colpa mi perseguitava: l’avevo messo io in questa situazione e questo pensiero non mi lasciava.

Ero diventata insofferente anche alle parole dei medici che non ci davano prospettive e che sapevano solo dire che bisognava aspettare. In TIN passava anche la psicologa che qualche volta ha tentato l’approccio, ma io ho sempre rimandato di affrontare i miei stati d’animo: in quel momento non volevo sentire frasi preconfezionate da un’estranea.

Dopo una settimana abbiamo iniziato con la marsupioterapia: l’infermiera me l’ha adagiato sul petto, a contatto con la mia pelle...il mio battito e il suo all’unisono...piccolissimo, fragile, tanto da avere paura di toccarlo, ma infinitamente felice...

I giorni e le settimane passavano e ogni piccolo miglioramento infondeva un’enorme speranza. La TIN era diventata una seconda casa: arrivavo in ospedale al mattino, dopo aver accompagnato Thiago all’asilo, e rimanevo lì finchè mio marito non mi dava il cambio. C’erano le altre mamme, compagne di avventura, di speranza, di risate e di pianti: con loro si è creato un forte legame, un’empatia dovuta alla condivisione di un destino comune. C’erano le infermiere che conoscevano tutte le abitudini di mio figlio e che piano piano mi hanno aiutato a tornare alla normalità: non avrei pensato, ma grazie alla loro insistenza, sono riuscita a non perdere il latte per tutti i 45 giorni di ospedale e una volta a casa ad allattare Mattia.

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