Image

Racconti, Fiabe e Filastrocche

Image

RACCONTI E FIABE

Il Reuccio Gamberino

Tre giorni ancora e il Reuccio Sansonetto compiva diciott'anni, età che, secondo le leggi del regno, gli permetteva di togliere moglie. Egli stava ad una loggia del palazzo reale, raggiante ed impaziente di sposare Biancabella reginetta di Pameria, con la quale era fidanzato fin dall'infanzia. Ingannava il tempo mangiando ciliege e scagliando i noccioli sui passanti, con una piccola fionda. I beffati alzavano il volto incolleriti, ma l'inchinavano tosto, ossequiosi, appena riconoscevano il reale schernitore.

E il Reuccio rideva e i cortigiani ridevano con lui. Passò una vecchina dai capelli candidi, dal naso enorme e paonazzo e il Reuccio cominciò a berteggiarla:

- Oh, comare Peperona! Oh, comare Peperona!...

E come l'ebbe a tiro, la colpì con un nocciolo sul naso. La vecchietta si grattò il naso dolente, si chinò tremante, raccolse, strinse il nocciolo tra il pollice e l'indice e lo rinviò all'erede al trono. Le grida sdegnate della Corte scagliarono cento guardie sulle tracce della strega Nasuta, ma quella aveva svoltato l'angolo della via, ed era scomparsa. Al tocco aspro del nocciolo il Reuccio Sansonetto vacillò, come preso da vertigini; poi cominciò a ridere, premendosi gli orecchi con le mani.

I cortigiani lo guardavano sbigottiti ed inquieti:

- Che cosa vi sentite?

- Sento... sento...

E il Reuccio rideva, rideva senza poter rispondere.

- Che cosa vi sentite?

- Sento... sento il tempo che va indietro! Il tempo che va indietro! Che cosa buffa! Ah, se provaste! Che cosa buffa!...

La Corte lo credeva ammattito. Quando poi fece per muoversi e lo videro camminare a ritroso, tutti scoppiarono dalle risa.

- Reuccio, che cosa è questo?

- È... è che non posso più andare avanti!...

E rideva, e per quanto tentasse di avanzare il piede non gli riusciva di fare un passo innanzi, ed era costretto a retrocedere come un gambero. Poi riprendeva a premersi gli orecchi, a chiudere gli occhi, come preso da vertigini.

- Il tempo che va indietro! Che strano effetto, che cosa buffa, amici miei!...

E i cortigiani ridevano ed egli rideva con loro...

E tutti lo credevano ammattito.

Ma non era ammattito. I più famosi medici del regno constatarono veramente che il Reuccio Sansonetto ringiovaniva. Era una malattia nuova e inesplicabile, contro la quale la scienza non aveva rimedio. Il Reuccio ringiovaniva. Compì i diciassette, poi i sedici, poi i quindici anni. Prese a decrescere di giorno in giorno, scomparvero i piccoli nascenti baffetti biondi. Il suo volto riacquistava un aspetto sempre più fanciullesco. Sansonetto era disperato.
Le nozze di Biancabella di Pameria erano state contramandate, poi rotte del tutto. Il Re di Pameria aveva ritirato la mano della figlia.

- Ragazzo mio, come volete ch'io vi conceda Biancabella? Fra qualche anno sarete un marito bambino, poi un marito lattante, poi nascerete; cioè morirete... scomparirete nel nulla...
Biancabella fu costretta dal padre a rendere il suo anello di nozze; ma congedandosi piangeva, e promise a Sansonetto eterna fedeltà.

- Vi aspetterò finché sarete guarito di questa malattia. Tenete intanto l'anello e portatelo in dito; esso vi stringerà più forte, quando la mia fedeltà sarà in pericolo...

Sansonetto era disperato. Correva a ritroso per le stanze e pei giardini reali, piangendo, strappandosi le chiome bionde. Bisognava rintracciare la vecchietta beffata, supplicarla di ritornarlo a diciott'anni, di risanarlo da quella malìa. Il Re e la Regina avevano fatto un bando con mezzo il regno di premio per chi desse notizie della vecchietta che aveva incantato il figliuolo. Ma nessuno l'aveva più vista.

Sansonetto andava sovente a caccia, per distrarre la sua malinconia. Galoppava a ritroso, perché la malìa gamberina s'appiccicava pure alla sua cavalcatura.

I contadini che vedevano passare, scomparire all'orizzonte quel cavaliere piumato, sul cavallo che galoppava all'indietro, si faceva il segno della croce temendo un'apparizione diabolica.
Un giorno il Reuccio giunse in un bosco, e vide tra gli abeti centenari una casetta minuscola, con una sola porta e una sola finestra. E alla finestra riconobbe il volto della vecchietta che lo guardava sorridendo. Sansonetto s'inginocchio sulla soglia.

- Ah! vecchina, vecchina! restituitemi il giusto andazzo del tempo e del camminare!

- Bisogna riportarmi il nocciolo di quel giorno...

- Se non è che questo, l'avrete...

Sansonetto ritornò a palazzo. Ma come ritrovare proprio il nocciolo di quattr'anni prima?... Pensò di prenderne uno qualunque, lo portò nel bosco, lo fece vedere sulla palma della mano. La vecchietta l'osservò dalla finestra.

- Figliuolo mio, non è quello! quello porta incise intorno certe parole che so io...
Il Reuccio capì che non era caso di inganni, ritornò a palazzo, prese commiato dal Re e dalla Regina e si pose in cammino, alla ricerca del nocciolo salvatore.

Si ricordava confusamente d'averlo visto rimbalzare nel rigagnolo della via.
Seguì il rigagnolo fin dove questo metteva foce nel torrente. Ma innanzi a quelle spume turbinose si sentì prendere dallo sconforto. Una libellula passò, librandosi su di lui con bagliori di smeraldo.

- Che c'è, bambino bello?

Lo chiamavano già bambino! Come ringiovaniva in fretta!... Sansonetto sospirò:

- C'è che divento sempre più giovane!

- Poco male, ragazzo mio!

- Molto male! Fra qualche anno sarò un bambino lattante, poi nascerò, scomparirò del tutto. Mi può salvare soltanto il nocciolo della Fata Nasuta. L'hai visto passare?

- Io no. Ma ne sentii parlare dai miei vecchi: un nocciolo strano, che portava scritte intorno certe parole cabalistiche... Ha preso la via del mare.

Sansonetto si pose in cammino, seguì il torrente fino al fiume, il fiume fino al mare. Dinanzi a quell'azzurro infinito la speranza gli cadde dal cuore e si abbandonò sulla spiaggia. Piangeva e guardava le onde accartocciarsi ribollendo; e le lacrime gli cadevano nell'acqua, ad una ad una.

- Che c'è, bambino bello?

Era un'asteria, una stella di mare che strisciava lentissima sulla sabbia d'oro.

- C'è che divento sempre più giovane.

- Poco male, figliuolo mio!

- Molto male. Nascerò, scomparirò del tutto se non trovo il nocciolo della Fata Nasuta.
- Un nocciolo strano, inciso di parole che non ricordo... L'ho visto qualche anno fa. L'ha inghiottito un fenicottero mio amico. Se attendi, te lo mando qui...

Il Reuccio attese tre giorni. Apparve il fenicottero bianco e roseo, sulle due gambe lunghissime.
- Sì, ho inghiottito il nocciolo; ma poi emigrai nel mezzogiorno e lo rimisi nei giardini del gigante Marsilio, fra i monti della Soria... il gigante è feroce ed invincibile; lo potrà vincere soltanto chi gli strapperà un capello verde fra i folti capelli rossi.

Il Reuccio s'imbarcò su una galea di mercanti e giunse dopo sette settimane in Soria. Ma quando chiedeva del gigante Marsilio, la gente lo guardava stupita e impallidiva.

- Il gigante non lascia passare nessuno nei suoi domini. Ogni giorno fa strage di cavalieri temerari che vogliono affrontarlo.

- Lo affronterò anch'io e vincerò, se questa è la mia sorte.

E il Reuccio Sansonetto proseguiva la via. Giunse al regno del gigante Marsilio.
A picco nella valle dominava il Castello dalle Cento Torri; si stendevano sotto i giardini immensi circondati da alte mura, e attorno biancheggiavano le ossa dei temerari che avevano sfidato il mostro.

Sansonetto suonò il corno di sfida, invitando il gigante a battaglia.

Una delle porte immense si aprì e apparve il gigante seminudo e senz'arme.

Come vide il reuccio sorrise di scherno.

Questi si scagliava a ritroso volteggiando la sua spada affilata; tagliava ora un braccio, ora una mano, ora il naso, ora il mento del gigante, ma il gigante si chinava tranquillo, raccattava il pezzo amputato rimettendolo a segno.

Sansonetto mirava alla testa, spiccando salti sul suo cavallo focoso. Già due volte glie l'aveva fatta cadere, ma il mostro si chinava, la raccoglieva, la riappiccicava all'istante sulle spallacce robuste. Una terza volta il reuccio gliela troncò; e appena in terra fu pronto a spingerla con le due mani sull'orlo d'un declivio, rotolandola a valle. Poi si mise a cercare in fretta il capello verde nella folta chioma rossa. Sentiva alle spalle il mostro decapitato che correva, brancolando qua e là; lo sentiva avvicinarsi, e cercava e non trovava il capello micidiale. Allora trasse la spada, rasò in pochi colpi la testaccia dalla fronte alla nuca; e il capello verde fu reciso con tutta la chioma. La testa impallidì, gli occhi dettero un guizzo spaventoso e il gigante che brancolava all'intorno, cadde con un tonfo sordo. Era morto.

Il reuccio Sansonetto ebbe libero il passo nel regno di Marsilio. Cercò nei giardini; trovò il luogo indicato dal fenicottero.

Ma in cinque anni il nocciolo era diventato un ciliegio altissimo, tutto carico di frutti rossi e lucenti come rubini.

Sansonetto ne mangiò uno, poi un altro, e un altro ancora; e osservò i noccioli, e ogni nocciolo portava inciso attorno: «grano dell'irriverenza»...

Ad un tratto il Reuccio ebbe come una specie di vertigine e socchiuse gli occhi.
Quando li riaprì si trovò dinanzi alla casetta della Fata Nasuta e la vecchietta gli sorrideva.
Si guardò, si palpò, era ritornato come alla vigilia delle nozze, con la sua alta statura diciottenne e i piccoli nascenti baffettini biondi. Provò a dare qualche passo: era risanato dalla buffa andatura gamberina.

- Il tuo errore è espiato - disse la vecchietta - conserva i noccioli del ciliegio salvatore, e seminali nei tuoi giardini.

- Grazie, vecchietta mia!

Il Reuccio baciò la buona fata, ma sentiva l'anello donatogli da Biancabella di Pameria stringergli il dito.

- Ah! fata mia, la fedeltà della mia sposa corre pericolo.

- Forse. Ma fa' cuore, mettiti in armi e corri alla Corte. Dal canto mio t'aiuterò.

Sansonetto s'armò di tutto punto e partì di gran galoppo.

Sentiva l'anello stringergli, stringergli il dito sempre più...

- Si sarà stancata di questa lunga attesa! Purché arrivi in tempo ancora!
Giunse in Pameria e vide la capitale imbandierata e festante. Chiese perché.

- Da una settimana è aperto un torneo a Palazzo Reale. Il Re ha imposto alla figlia la scelta d'uno sposo. E cento cavalieri si contendono la mano di Biancabella. Ma v'è un cavaliere sconosciuto che li abbatte tutti; e si prevede che pel tramonto di quest'oggi avrà sbaragliato i rivali.

Sansonetto accorse alla giostra, scese tra gli spettatori. Il cavaliere misterioso, tutto rivestito di una corazza d'acciaio chermisi, stava sbalzando di sella l'ultimo avversario e già il popolo lo proclamava di diritto sposo di Biancabella. Ma Sansonetto calò la visiera e, fra lo stupore generale, scese in lizza. Ed ecco che al primo colpo di Sansonetto l'invincibile campione chermisi dà suono metallico e cupo e cade disteso.

Fu scosso, rialzato, aperto. Era vuoto.

Il cavaliere chermisi era una semplice corazza che la buona Fata Nasuta aveva animata d'uno spirito benigno e inviata alla giostra per sopprimere gli altri combattenti e dar modo al Reuccio di giungere in tempo. Il reuccio Sansonetto alzò la visiera, e s'inchinò sugli arcioni, dinanzi alla loggia della sposa.

Biancabella quasi venne meno dalla gioia improvvisa; e il Re abbracciò come figliuolo il giovinetto risanato.

Furono celebrate nozze splendidissime.

E i noccioli favolosi, seminati nei giardini reali, crebbero con gli anni e formarono un boschetto detto dell'«irriverenza».

 

 

 

 

“Il reuccio Sansonetto alzò la visiera, e s'inchinò sugli arcioni, dinanzi alla loggia della sposa.

Biancabella quasi venne meno dalla gioia improvvisa; e il Re abbracciò come figliuolo il giovinetto risanato.”

 

 

 

Guido Gozzano

L'uccello d'oro. Versione originale fratelli Grimm

C'era una volta un re che abitava in una reggia circondata da un bellissimo giardino. In quel giardino cresceva un albero fatato, il quale a ogni estate si caricava di mele tutte d'oro massiccio. Il re era così geloso di quel tesoro, che pretendeva che ogni giorno il suo ciambellano contasse le mele per essere sicuro che nemmeno un frutto fosse stato rubato durante la notte. Immaginarsi come rimase male il mattino in cui seppe che mancava una mela! Incollerito, pregò il suo figliolo maggiore di montare la guardia durante la notte, e il principe ubbidì. Si munì di arco e frecce e andò a sedersi ai piedi dell'albero; ma verso mezzanotte fu colto da un gran sonno e quasi senza avvedersene si assopì. Quando riaperse gli occhi al mattino, si accorse che mancava un'altra mela. Il re, molto contrariato, pregò allora il figlio secondogenito di vegliare presso l'albero. Ma anche questo principe si addormentò e al mattino dopo mancava una terza mela. Allora l'ultimo figlio si offerse di fare la guardia all'albero, ma il re si dimostrò molto perplesso, perché giudicava poco intelligente questo figlio minore. Tuttavia acconsentì, e il giovane principe andò a sedersi in giardino, ai piedi dell'albero. Verso mezzanotte si sentì preso da un gran sonno, ma incominciò a darsi dei pizzicotti per rimanere sveglio. Così poté vedere un uccello meraviglioso, dalle piume tutte d'oro, che stava volando via con una mela nel becco. Subito incoccò la freccia all'arco e la scagliò; ma non riuscì a colpire l'uccello, il quale perdette soltanto una penna e sparì. Il principe rientrò nella reggia con quella penna e la mostro al re, che radunò i ministri affinché l'esaminassero tutti insieme.

- Questa penna vale un regno - decretarono i ministri. Ma il re commentò:

- In questo caso voglio l'uccello tutto intero; una penna sola non mi serve. 
Il figlio maggiore si offerse di andare in cerca dell'uccello, e, ottenuto il permesso e un bel cavallo, subito si mise in viaggio. Cammina cammina, giunse in una foresta dove improvvisamente gli apparve una volpe dal pelo rosso. Subito tirò l'arco giù dalla spalla, ma la volpe gridò: - Non uccidermi, e in compenso ti darò un buon consiglio; so che vai alla ricerca dell'uccello d'oro, ascoltami: stasera arriverai a un villaggio dove vedrai due locande. Una sarà tutta illuminata e piena di gente; l'altra ti apparirà buia e misera, ma tu sii saggio e scegli quest'ultima, altrimenti te ne pentirai.

“Una volpe che osa darmi dei consigli!" pensò il giovane sdegnosamente; e subito le lanciò contro una freccia, ma non riuscì a colpirla. Verso sera il principe giunse davvero al villaggio e vide le due locande: una illuminata e l'altra silenziosa e buia. " Perché dovrei andare in quella brutta stamberga?" pensò il giovane; e subito si diresse verso l'albergo pieno di luce dove trovò allegra compagnia; incominciò a mangiare, a bere e a giocare ai dadi, e dimenticò l'uccello d'oro e tutto il resto. Vedendo che non tornava, il re mandò alla sua ricerca il secondo figliolo. Anche lui incontrò la volpe che gli diede lo stesso consiglio; anche lui disubbidì ed entro nella locanda chiassosa e illuminata dove trovò il fratello e molti nuovi amici; anche lui incominciò a bere e a giocare e presto dimenticò tutto quando. Non restava che il terzo figlio, il quale si offerse di partire alla ricerca degli altri due, ma il padre esitava: 
- Se si sono smarriti i tuoi fratelli così intelligenti, come riuscirai a cavartela tu, il meno sveglio di tutti?- borbottava. 

Ma il ragazzo tanto disse e tanto fece che finalmente il re lo lasciò partire. Cammina cammina, anche lui trovò la volpe rossa seduta al margine della foresta, ma nemmeno per un attimo pensò di ucciderla. Ricevette da lei il medesimo consiglio, e, poiché era umile e non considerava con disprezzo le parole di nessuno, ubbidì e andò dritto filato alla locanda buia. Al mattino dopo, uscendo dal villaggio, incontrò ancora la volpe che gli disse:
- Tra non molto arriverai a un castello dove vedrai molti soldati addormentati. Passa in mezzo a loro senza paura, attraversa tutte le stanze: nell'ultima troverai l'uccello d'oro chiuso in una gabbia di legno. Prendilo e portalo via, ma non toccare l'altra gabbia che vedrai, tutta d'oro massiccio! E ora monta sulla mia coda. 

Incominciarono a viaggiare con la velocità del vento e in un baleno furono davanti al castello. Il giovane entrò, passò di sala in sala, fino a quando giunse nell'ultima e vide le tre mele d'oro e l'uccello d'oro chiuso in una gabbia di legno. Accanto ve n'era un'altra d'oro massiccio. " Perché dovrei lasciare questo magnifico uccello in quella gabbia sudicia e rozza? " pensò il giovane, e mise l'uccello nella gabbia d'oro, ma subito l'animale lanciò uno strido tanto acuto che i soldati si svegliarono, afferrarono il giovane e lo condussero davanti al re. 

- Meriteresti la morte - disse il re - tuttavia ti perdonerò e ti regalerò l'uccello d'oro se mi porterai il cavallo d'oro che galoppa più veloce del vento.

 Il giovane si considerò fortunato, ringrazio il re e uscì dal castello; ma non sapeva quale direzione dovesse prendere. Per fortuna, dopo aver fatto pochi passi, incontrò la sua amica volpe. - Meriteresti che ti abbandonassi - disse la volpe- ma ti voglio bene e ti aiuterò ancora. Sali sulla mia coda e io ti porterò fino al castello dove vive il cavallo d'oro. Nella sua scuderia vedrai molti garzoni addormentati, i quali non si sveglieranno. Troverai anche due selle: una d'oro, e una di cuoio; sella il cavallo con quest'ultima e non toccare quella d'oro. Il giovane promise di ubbidire; salì sulla coda della volpe e viaggiarono veloci come il vento; giunto al castello il principe entrò e vide il cavallo d'oro; ma al momento di sellarlo non seppe resistere alla tentazione, e gli mise sulla groppa la sella d'oro. Immediatamente il cavallo lanciò un alto nitrito, i garzoni si svegliarono, afferrarono il principe e lo condussero davanti il re. 

- Dovrei tagliarti la testa- gli disse il re. - Ma ti perdonerò e ti darò anche il cavallo, se mi porterai la principessa del castello d'oro -

Uscito, il giovane incontrò di nuovo la volpe:

- Sei proprio disubbidiente! - esclamò l'animale.- Doveri lasciarti alle tue disgrazie, ma ti voglio bene e ti aiuterò. Quando arriverai al castello d'oro ti nasconderai nel giardino e aspetterai che venga buio, perché è soltanto di notte che la principessa va a fare il bagno. Non appena uscirà di casa l'avvicinerai e le darai un bacio. Ella verrà con te...Ma non permettere che vada a salutare i suoi genitori, prima di partire, altrimenti avrai di che pentirti.
Protese la coda e il giovane montò a cavalcioni: e prima di sera erano giunti al castello d'oro. Il principe si nascose nel giardino e aspetto fino a mezzanotte; a quell'ora il portone del castello si aperse e la principessa uscì. Era bella come un angelo; il giovane le si avvicinò e le baciò sulla guancia. La fanciulla gli sorrise e disse:- Verrò dove tu vorrai, ma lasciami salutare i miei genitori. 

Il principe, che ricordava le raccomandazioni della volpe, rispose di no, di no, ma la fanciulla lo pregava a mani giunte, e si inginocchiò ai suoi piedi piangendo. Vedendola così angosciata egli non seppe più resistere e finalmente acconsentì. Ma la principessa era appena entrata nella camera di suo padre che il re si risvegliò, chiamò le guardie e fece arrestare il giovanotto.

- Meriti la morte - gli disse. - Tuttavia ti perdonerò se toglierai quella montagna che sorge davanti alle mie finestre. Ma devi far questo entro otto giorni. Se avrai eseguito quando ti chiedo, al nono giorno sarai libero, e ti darò anche mia figlia in moglie, altrimenti ti farò tagliare la testa.

Il principe non aveva la minima speranza di riuscire quell'impresa; tuttavia prese un badile e incominciò a spalare la terra. Lavorava giorno e notte, ma al termine dell'ottavo giorno la montagna sembrava più alta di prima. Allora sedette a terra sconsolato. In quel momento gli apparve la volpe.

- Non meriti che io ti aiuti ancora - gli disse la buona bestia - Ma non posso dimenticare che tu non hai teso il tuo arco contro di me, quando mi hai incontrato al limite della foresta, come invece hanno fatto i tuoi fratelli. Riposati e dormi: al resto penserò io. 

Il giovane si addormentò subito, e quando aperse gli occhi al mattino vide che la montagna era sparita. Felice corse dal re ad annunciargli che il lavoro era compiuto, e questi permise al giovane e alla figlia di partire. Salirono insieme in groppa a un cavallo, erano in viaggio da poco, quando si accorsero che la volpe galoppava a loro fianco.

- Hai avuto il premio più bello - disse l'animale, - ma devi conquistare anche il cavallo d'oro che appartiene alla principessa.

- Come posso impadronirmene?- Conduci la principessa davanti al re che ti aveva mandato al castello d'oro ed egli ti consegnerà il cavallo. Monta in sella, poi saluta i presenti stringendo a tutti la mano: ma lascia la principessa per ultima. Quando avrai nella tua la mano di lei, tirala in groppa e sprona. Nessuno potrà raggiungervi perché il cavallo galoppa come il vento.

Il principe ubbidì: giunse al castello del re e fece tutto quando la volpe gli aveva suggerito. Poco dopo i due principi erano di nuovo in viaggio in groppa al cavallo d'oro. A un tratto si accorsero che la volpe galoppava ancora al loro fianco.

- Adesso devi prendere anche l'uccello d'oro - disse. - Quando giungerai al castello di quel re, nascondi la principessa in un boschetto vicino, poi entra nel cortile. Il re ti farà consegnare la gabbia, e allora sprona: nessuno ti raggiungerà più.

Il giovane fece come la volpe gli aveva detto, e poco dopo i principi volavano come il vento sul cavallo d'oro e la volpe galoppava al loro fianco. 

- Adesso dovresti ricompensarmi per l'aiuto che ti ho dato - esclamò. 

- Farò tutto ciò che vorrai!- disse il principe pieno di riconoscenza.

- Ebbene, voglio che tu mi uccida e che mi tagli la testa e le zampe.

- Non lo farò mai!

- In questo caso dovrò lasciarti - commentò la volpe, ma prima voglio darti un ultimo consiglio: non comperare carne da patibolo, e non sederti sull'orlo di un pozzo - Quindi sparì.

Il giovane scosse la testa: 

- Che strano consiglio! - esclamò. - Perché mai dovrei comprare carne da patibolo? E non capisco nemmeno perché dovrei sedermi sull'orlo di un pozzo!

Continuarono a galoppare e finalmente giunsero al villaggio che il principe aveva già attraversato e dove i suoi fratelli erano rimasti a bere e a giocare. Giunti nella piazza principale videro che vi era stato eretto un patibolo, e che un corteo si stava avvicinando per accompagnare alla morte due condannati. Con orrore il giovane riconobbe che si trattava dei suoi fratelli i quali, sperperato tutto il loro denaro, avevano commesso diversi furti per procurarsene dell'altro. 

- È possibile perdonarli e liberarli? - chiese al giudice.

- Si, se voi risarcite il danno pagando per loro. 

Senza esitare il giovane consegnò al giudice tutto il denaro che possedeva e i due fratelli furono liberati. Ripresero tutti insieme e poco dopo giunsero alla foresta dove avevano incontrato la volpe.

- Fermiamoci qui - proposero i due fratelli. - Facciamo uno spuntino mentre ci riposiamo un poco.
Il principe acconsentì; scese da cavallo e senza pensarci sedette proprio sull'orlo di un pozzo. Mangiavano e chiacchieravano, quando uno dei fratelli gli diede un colpo a tradimento e lo fecero cadere nel fondo. Poi i due malvagi si rivolsero alla principessa e le dissero:
- Tu verrai con noi al castello di nostro padre. Gli dirai che abbiamo conquistato il cavallo d'oro, l'uccello d'oro e te: se tu dirai la verità ti uccideremo –

La principessa non rispose, ma divenne pensierosa e triste. Ripresero il viaggio, in breve

giunsero al castello e il re li accolse con grandi feste. 

- Non solo ti riportiamo le tre mele che mancano all'albero - gli dissero - ma anche l'uccello d'oro, un cavallo d'oro e la figlia del re del castello d'oro.

Il re, tutto fiero di avere due figli tanto valorosi, ordinò danze e banchetti, e mostrava agli invitati l'uccello, il cavallo e la bellissima principessa. Ma l'uccello non cantava, il cavallo non voleva mangiare e la principessa piangeva e sospirava. Intanto il fratello minore giaceva in fondo al pozzo tutto stordito, ma vivo. Il pozzo infatti non era molto profondo ed era senz'acqua. Il poveretto aveva cercato di arrampicarsi su per le pareti, ma esse erano troppo ripide e scivolose. Stava quasi per disperarsi quando vide affacciarsi all'orlo del pozzo la volpe.
- Ti voglio aiutare ancora una volta - gli disse. - Attaccati saldamente alla mia coda. Adesso torna a casa, dove la tua fidanzata ti aspetta - aggiunse la volpe appena il giovane fu uscito dal pozzo. - Ma bada che i tuoi fratelli hanno disseminato nel bosco molte spie. Essi non sono sicuri che tu sia morto, perciò i loro servi hanno l'incarico di ucciderti.

Il principe ringraziò e si incamminò verso casa con molta preoccupazione; poco dopo incontrò un mendicante, gli propose di scambiare gli abiti. L'altro ne fu contento, e il principe, camuffato da straccione, poté arrivare al castello del re senza che alcuno lo riconoscesse. Ma, non appena entrò nel cortile, l'uccello si mise a gorgheggiare, il cavallo a scalpitare e la principessa a ridere e battere le mani.

- Perché tutto questo cambiamento? - chiese il re tutto sorpreso.

- Non so - rispose la fanciulla - Ma io, che ero triste, ora mi sento allegra come se il mio vero sposo fosse arrivato. E senza più paura raccontò tutto quando era successo.
Allora il re comandò che tutti gli abitanti del castello si adunassero alla sua presenza, e fra gli altri si presentò anche il giovane mendicante. Non appena lo vide, la principessa gli si gettò fra le braccia, l'uccello gli volò sulla spalla e il cavallo venne a strofinargli il muso sulle mani. Il re allora ordinò che i due cattivi fratelli fossero messi in prigione e abbraccio con trasporto il suo figlio minore che si era dimostrato il migliore di tutti. Poi vennero celebrate le nozze. Tuttavia il principe non dimenticava mai la volpe che lo aveva tanto beneficato. Un giorno, mentre insieme a sua moglie andava a caccia nel bosco, se la vide comparire davanti. Aveva l'aspetto avvilito e piangeva. 

- Tu hai ottenuto tutto ciò che desideravi - gli disse - invece le mie disgrazie non hanno mai fine. Ti supplico, tagliami la testa e le zampe!

Il principe non voleva, ma ricordò che le parole della sua amica volpe erano state sempre veritiere, e i suoi consigli sempre saggi. Si fece coraggio, tolse la spada dal fodero, e con un solo colpo decapitò il buon animale: poi gli tagliò anche le zampe. Non appena ebbe fatto questo al posto della volpe comparve un bellissimo giovane che gli tese le mani sorridendo.
- Sono il fratello della tua sposa - spiegò - un incantesimo mi aveva mutato in volpe, e non potevo essere liberato che così.

Anche la principessa lo abbracciò, e da quel giorno tutti vissero felici e contenti.

 

 

 

 

“Il principe non voleva, ma ricordò che le parole della sua amica volpe erano state sempre veritiere, e i suoi consigli sempre saggi.”

 

 

 

Fratelli Grimm

Pelle d'asino. Versione originale fratelli Grimm

C'era una volta un re che aveva una moglie dai capelli d'oro e così bella che sulla terra non ce n'era un'altra come lei. Accadde un giorno che la regina si ammalò e, accorgendosi di morire, chiamò il re e gli disse:

- Mi devi promettere che, se riprenderai moglie, sposerai solo una donna che sia bella come me e che abbia i capelli d'oro come i miei.

Appena il re ebbe promesso, la bella regina chiuse gli occhi e spirò.

Il re per molto tempo non riuscì a darsi pace e non pensò affatto a riprendere moglie, ma i suoi consiglieri alla fine gli dissero: - Non potete fare a meno, maestà, di riprendere moglie, poiché il popolo ha bisogno di una regina. 

Dopo di che furono mandati messaggeri per ogni dove, a cercare una sposa che fosse bella e bionda come la regina morta; ma la ricerca fu vana e i messaggeri ritornarono indietro mortificati senza essere riusciti a concludere nulla. Il re aveva una figlia che era bella come la madre e come lei aveva lunghi capelli d'oro. Quando ella crebbe, il re disse ai suoi consiglieri che avrebbe dato sua figlia in moglie al più anziano di loro e che dopo la sua morte ella sarebbe divenuta regina. Quando il più anziano lo seppe, ne fu felice: la figlia del re, invece, rimase spaventata dalla decisione del padre, e, sperando di riuscire a fargli cambiare idea, così disse: 

- Prima che io ubbidisca al tuo desiderio, mi devi far fare tre vestiti: uno d'oro come il sole, l'altro argento come la luna e il terzo lucente come le stelle. Inoltre desidero un mantello composto da tante pelli quanti sono gli animali del regno, in modo che ognuno di essi vi sia rappresentato. 
La principessa pensava che fossero cose impossibili e che nel frattempo forse le sarebbe riuscito di smuovere il re dal suo proposito. Il re però non vi rinunciò e le donne più abili del suo regno dovettero tessere tre vestiti: uno d'oro come il sole, l'altro d'argento come la luna e il terzo lucente come le stelle; i suoi cacciatori dovettero cacciare tutte le bestie del regno e prendere a ognuna un pezzo di pelle o di pelliccia. Alla fine, quando tutto fu pronto, il re mandò a prendere i tre abiti meravigliosi e il mantello, li stese davanti a sé e disse: 

- Domani si farà il matrimonio. 

Quando la principessa vide che non c'era speranza di smuovere il padre dalla sua decisione, stabilì di fuggire. Di notte, mentre tutti dormivano, si alzò, e dal suo tesoro scelse tre oggetti che le erano particolarmente cari: un anello d'oro, un piccolo fuso d'oro e un piccolo arcolaio pure d'oro; poi mise in un guscio di noce i tre vestiti color del sole, della luna e delle stelle, e, gettandosi addosso il mantello fatto coi mille pezzi di pelli, si annerì il viso e le mani con la fuliggine. Quindi, raccomandandosi a Dio, partì e viaggio tutta la notte. Non conosceva la strada e vagò a lungo senza meta. Cammina cammina, a un certo punto si trovò in una foresta piena di alberi e cespugli. C'era un tale intrico di rovi e di spine che la bimba non poté più proseguire. Inoltre era molto buio ed ella ormai si sentiva molto stanca; allora si fermò e scelse il cavo di un albero per passarvi la notte. Civette e strani uccelli notturni mandavano rauche strida. La fanciulla aveva paura, ma a un certo punto vinta dalla stanchezza, cadde in un sonno profondo. Al mattino il sole si levò e, mentre ella continuava a dormire, il re di un paese vicino attraversò la foresta, con tutto il suo seguito, per andare a caccia; inseguendo la selvaggina venne a trovarsi proprio dove la fanciulla s'era addormentata. Quando i suoi cani s'imbatterono in quell'albero, si misero ad abbaiare e a ringhiare così furiosamente da richiamare l'attenzione del re, il quale si rivolse ai suoi cacciatori dicendo: 

- Fate presto. Andate a vedere quale animale selvatico si nasconde là dentro e portatemelo qui subito.I cacciatori ubbidirono e quando ritornarono dissero:

- Nel cavo di quell'albero abbiamo trovato un essere sorprendente di cui non abbiamo mai veduto l'uguale: la sua pelle è di mille colori, ed è li fermo, immerso in un sonno profondo. 

Il re disse:

- Cercate di prenderlo vivo e legatelo alla carrozza. 

Appena i cacciatori afferrarono la fanciulla, essa si svegliò atterrita e supplicò con voce tremante: 

- Sono una poveretta, abbandonata dal padre e senza madre, abbiate pietà di me e portatemi con voi!

- Vieni - le dissero allora e la condussero dal re. 

Questi guardò meravigliato quell'esserino sparito e tremante e l'affidò ai cacciatori, perché la ristorassero. Essi le diedero il soprannome di " Pelle d'asino", per via del suo strano e ispido mantello. Mossi a pietà dal suo pianto la portarono alla reggia, le diedero un sottoscala per dormire, dove non c'era nemmeno un finestrino da cui penetrasse un raggio di sole. Le dissero che doveva fare la sguattera in cucina. Suo compito era portare l'acqua e la legna per fare il fuoco, spennare i polli, pelare le patate, levare la cenere dalle stufe; insomma, doveva fare tutti i lavori più umili e faticosi. Per un certo tempo Pelle d'asino visse miseramente in questo modo, ma un giorno seppe che nella grande sala del castello davano una festa e chiese alla cuoca:

- Posso andare un momento a vedere? Mi metterò in un cantuccio fuori dalla porta e sbircerò per il buco della serratura...

La cuoca rispose:

- Vai pure, ma ritorna fra mezz'ora perché devi levare la cenere dalla stufa e lavare le stoviglie.
Pelle d'asino prese una lucerna, corse nel sottoscala, si levò il mantello di pelli e si lavo ben bene per togliere la fuliggine dal viso e dalle mani e pettinò i lunghi capelli biondi in modo che tutta la sua bellezza fosse visibile. Quindi apri il guscio di noce e ne tolse il vestito d'oro come il sole. Appena pronta, con il cuore che le batteva d'ansia e di gioia, entrò nella sala da ballo: tutti le fecero largo, pensando che fosse una principessa sconosciuta. Il re stesso venne da lei e, prendendole la mano, la fece ballare; pensava che mai aveva veduto una fanciulla così bionda, così bella e così gentile. Appena il ballo finì, la fanciulla fece un inchino e, prima che il re se ne rendesse conto, sparì. Essa era ritornata di corsa nel suo sottoscala e, levatosi presto presto lo splendido vestito, si era di nuovo tinta con la fuliggine il viso e le mani e aveva indossato il mantellaccio di mille pezzi, diventando di nuovo Pelle d'asino. Era appena giunta in cucina e si era messa a tagliere la cenere dalla stufa, quando la cuoca le disse: 
- Lasciala stare fino a domani: piuttosto prepara la cena al re in vece mia, mentre io vado di sopra a dare un'occhiata; ma bada bene di non lasciar cascare un capello nella minestra, perché il re andrebbe su tutte la furie.

Pelle d'asino cucinò la cena del re, preparando la minestra più buona che sapeva fare. Appena fu cotta, la fanciulla andò a prendere il suo anellino d'oro e ve lo buttò dentro. Quando la festa fu finita il re ordinò che gli servissero la cena, e, assaggiata la minestra, pensò che non aveva mai mangiato nulla di più buono in vita sua. L'aveva quasi finita quando vide un anello d'oro brillare nel piatto e, non riuscendo a capire come mai fosse lì, fece chiamare la cuoca. Quando la cuoca sentì che volevano ebbe paura e disse a Pelle d'asino:
- Sei sicura di non aver lasciato cadere un capello nella minestra?

Tremando, si presentò al re, che le chiese chi aveva cucinato la cena. La cuoca rispose con un filo di voce: 

- Sono stata io. 

- Non è vero, perché la minestra è migliore del solito. 

Allora la cuoca mormorò, facendosi rossa:

- Devo confessare che non sono stata io, ma Pelle d'asino: 

Il re fece chiamare Pelle d'asino e, quando la fanciulla fu alla sua presenza, le chiese:

- Chi sei?

- Io sono una povera fanciulla senza padre né madre, che tu hai accolta per pietà - rispose.

Il re domandò di nuovo: 

- Dove hai preso questo anello che ho trovato nella minestra e come mai possiedi un gioiello così prezioso?

Pelle d'asino rispose: 

- Non ne so niente. 

Il re minacciò di cacciarla via se non diceva la verità, ma Pelle d'asino ostinata ripetevasempre le medesime parole: 

- Non ne so niente. 

- Torna in cucina - disse infine il re rassegnato. 

Pelle d'asino corse a rifugiarsi nel suo sgabuzzino. Passato un po' di tempo vi fu un altro ballo. Bellissime dame con abiti meravigliosi e splendide collane entrarono nei saloni del castello; ma il re non le guardava neppure e continuava a pensare alla fanciulla misteriosa che aveva incontrato durante il primo ballo. Intanto nella cucina c'era un momento di calma perché tutto quello che era necessario per la festa era già pronto. Allora Pelle d'asino chiese alla cuoca:

- Posso andare a vedere la festa?

- Va pure, Pelle d'asino, ma ritorna presto. Devi cucinare quella minestra che è piaciuta al re, perché io non so farla come te! - rispose la cuoca.

Pelle d'asino, tutta contenta, fece le scale di corsa ed entrò nel suo sgabuzzino. Si sfilò il mantellaccio rattoppato, si lavò e indosso il vestito argenteo come la luna. Si pettinò i bei capelli biondi che nella luce della sera erano ancora più splendenti del solito. Poi, in punta di piedi, sali in fretta le scale e si presentò nella sala da ballo. Quando entrò tutti tacquero all'istante e i paggi si inchinarono al suo passaggio. Le fanciulle la guardavano con invidia, mentre i giovani non si stancavano di rimirare la sua splendida bellezza. Il re stesso si alzò dal trono e le venne incontro. Felice di rivederla, la prese per mano e la invitò a danzare. Appena il ballo fu finito la fanciulla, ricordandosi della promessa fatta alla cuoca, s'allontanò in fretta. Il re e i cortigiani non fecero in tempo a seguirla, che ella era già in fondo alle scale. Entrata nello sgabuzzino si tolse l'abito d'argento e dopo esseri cambiata tornò in fretta in cucina a fare la minestra. Anche questa volta volle prepararla con gran cura. La cuoca intanto era andata di sopra e dal buco della serratura guardava quando accadeva nella sala da ballo. Pelle d'asino approfittò della sua assenza per andare a prendere il suo piccolo fuso d'oro e quindi lo mise nel piatto destinato al re. Quando il re mangiò la minestrina, la trovò ancora migliore della prima volta e di nuovo mandò a chiamare la cuoca. La donna entrò tremando nella sala del banchetto. 

- Chi ha fatto questa minestra? - le chiese il re.

La cuoca non seppe più cosa rispondere e indietreggiò rossa e confusa in un angolo della stanza. 

- Vieni qui! - tuonò il re. - E parla! 

La povera cuoca dovette confessare ancora una volta che la minestra l'aveva preparata Pelle d'asino. 

- Fatela venire subito alla mia presenza ! - intimò allora ai servi e questi corsero a chiamarla.
Giunta al cospetto del re, la fanciulla, disse di non sapere nulla del fuso d'oro e il re dovette rinunciare a capire da dove provenisse la fanciulla misteriosa. " Voglio dare ancora una festa da ballo e se questa volta la bella fanciulla fuggirà ancora, la farò ricercare in tutto il regno e la ritroverò a ogni costo " Si disse il re e, infatti, dopo pochi giorni ordinò che venissero fatti i preparativi per il più grande e importante ballo dell'anno. Pelle d'asino questa volta mise l'abito che luceva come le stelle e con quello entrò nella sala da ballo. Il re, che l'attendeva impaziente ballò di nuovo con lei e guardandola, pensava che non aveva mai visto una fanciulla così bionda, cosi bella, così gentile. Mentre ballavano, senza che la fanciulla se ne accorgesse, le infilò al dito un piccolo anello d'oro. Quando la danza finì il re cercò di trattenerla, ma ella si liberò dalla stretta e corse via così veloce, che scomparve in un baleno agli occhi di tutti né alcuno riuscì a trattenerla. Pelle d'asino nel frattempo s'era rifugiata nel sottoscala. Poiché era rimasta al ballo molto più a lungo della solita mezz'ora, non ebbe il tempo di levarsi il bel vestito e quindi cercò di nasconderlo infilandovi sopra il mantello di pelli; non riuscì neanche ad annerirsi bene il viso e le mani e nella fretta un dito rimase bianco. Corse quindi in cucina, preparò la minestra per il re e, mentre la cuoca era di sopra, vi mese dentro l'aspo d'oro. Più tardi, quando il re trovò il girello in fondo alla minestra, fece venire Pelle d'asino e vide che aveva un dito bianco... e al dito c'era l'anello che egli le aveva infilato mentre ballavano. La prese per mano e la tenne stretta, e quando ella cercò di liberarsi e di scappare, il mantello di pelli le scivolò e il vestito lucente come le stelle apparve nel suo splendore, mentre sulle spalle scendevano i bei capelli d'oro: Pelle d'asino, confusa e tremante, era davanti al re, in tutta la sua bellezza, ne poteva più nascondersi. Il re allora disse:

- Non temere, Pelle d'asino, tu sarai la mia cara sposa e noi non ci lasceremo mai più.
Si celebrarono le nozze e gli sposi vissero felici e contenti fino alla fine dei loro giorni.

 

 

 

 

“La prese per mano e la tenne stretta, e quando ella cercò di liberarsi e di scappare, il mantello di pelli le scivolò e il vestito lucente come le stelle apparve nel suo splendore.”

 

 

 

Fratelli Grimm

Le tre piume. Versione originale fratelli Grimm

C'era una volta un re che aveva tre figlioli. Due erano svegli e arditi, ma il terzo, ingenuo e sempre trasognato, veniva giudicato un buono a nulla ed era soprannominato Sempliciotto. Il re li amava tutti allo stesso modo, e quando si sentì vecchio e debole temendo di essere vicino a morire, fu molto perplesso perché non sapeva a quale dei suoi tre figli lasciare la corona e il regno. Allora li chiamò e disse: - Figli miei, uno di voi dovrà diventare re dopo di me, ma non so chi designare. Ho deciso perciò, di mettervi alla prova: partite, e andate in giro per il mondo a cercare un tappeto. A colui che riuscirà a portarmi il più bello, darò il trono.
- Ho sentito dire che i tappeti più belli si trovano in oriente - disse con baldanza il figlio maggiore. - quindi, come primogenito, è mio diritto partire subito per l'oriente. 
- Niente affatto! - rimbeccò il secondogenito. - per l'oriente invece, partirò io.
Il re, affinché non si accendesse tra loro alcuna disputa e non si creassero dei malcontenti, disse: - Calma, calma! Sarà la sorte a decidere per voi: ecco qui tre piume. Scenderemo in giardino e il le getterò al vento; ciascuno di voi ne seguirà una. Scesero in giardino e il re gettò all'aria le tre piume. Il vento trasportò la prima verso oriente, la seconda verso l'occidente, e la terza, dopo essersi vibrata un po' per l'aria, si posò a terra. Era la piuma di Sempliciotto e i due fratelli risero vedendo il minore condannato a rimanere lì dov'era. Quando il re fu rientrato a casa, il povero Sempliciotto sedette malinconicamente sull'erba e raccolse la piuma. Allora vide che, proprio nel posto dov'essa si era posata, c'era un anello di una botola. La sollevò e scoprì una scaletta che sprofondava sottoterra. Subito incominciò a discendere. Giunse così a una porta, bussò e udì una voce che cantava: "Verde, verde ranocchia gamba secca piccolina, presto va a guardare chi qui dentro vuole entrare". La porta si aprì; Sempliciotto entrò e vide una grande sala dove sedeva una ranocchia vestita da regina, che portava una corona d'oro. Intorno a lei stavano molte ranocchiette giovani. - Benvenuto - disse cortesemente la ranocchia. - che cosa vuoi?
Stupito ed imbarazzato, Sempliciotto raccontò le sue vicende e la rana, quando seppe che il giovane cercava il tappeto più bello del mondo, incominciò a cantare: "Verde verde ranocchina gamba secca piccolina, porta presto qui da me la gran scatola da re".
Subito una ranocchiette uscì dalla sala e ritornò poco dopo con una scatola d'oro tempestata di gemme. La regina l'aperse e ne tolse un tappeto meraviglioso, intessuto di fili di tutti i colori. Sempliciotto lo prese, ringraziò calorosamente e risalì; rimessa la botola al suo posto, entro nella reggia. Anche i due fratelli erano di ritorno. Essi avevano pensato: " Abbiamo già vinto la prova, perché Sempliciotto non troverà tappeti in mezzo all'erba! Basterà che noi prendiamo uno straccio qualsiasi e il regno sarà nostro ".

Perciò si accontentarono di rubare due scialli che videro stesi al sole davanti alla capanna di un pecoraio e tornarono indietro subito. 

Ma quando Sempliciotto si inginocchiò davanti al padre e gli presentò lo stupendo tappeto, diventarono verdi per la rabbia.

- Come avrà potuto fare?- si domandavano l'un l'altro increduli e invidiosi. - Ma dove sarà mai andato a trovare una meraviglia simile?appena lo vide, il re rimase stupefatto e sentenziò:- Il regno tocca di diritto al più giovane di voi.

Allora i due fratelli maggiori incominciarono a protestare:

- La prova non vale perché noi non l'avevamo presa sul serio. Vogliamo ritentarla.
Il padre acconsentì; scesero ancora una volta in giardino e il re getto al vento le tre piume dicendo: 
- Seguitele. Io lascerò la corona a quello di voi tre che mi porterà l'anello più bello. 
Le piume dei due fratelli maggiori volarono, una verso oriente, l'altra verso occidente e quella di Sempliciotto si posò sull'erba, come la prima volta.

 - Non troverà gioielli in terra! - risero i due giovani. - Nessuna paura, dunque.

Basterà un anello di ottone per vincere la gara.

Si allontanarono appena, acquistarono per pochi soldi un anello di similoro e tornarono indietro. 
Sempliciotto sollevò la botola e scese la scaletta. Giunto davanti alla regina delle rane, la salutò rispettosamente e raccontò i casi suoi, come la prima volta. La rana cantò la solita canzoncina e la ranocchia sparì per ritornare poco dopo con una scatola d'oro. Da quella la regina tolse un anello di brillanti che sfavillava come una stella. Felice, il giovane risalì, e presentato l'anello a suo padre, vinse facilmente la prova, mentre i due fratelli stringevano i pugni per la collera.

- La corona spetta a Sempliciotto - proclamò ancora il re. E ancora i fratelli protestarono: 
- Ripetiamo la prova.  - Va bene - disse il re. - Salirà al trono colui che mi porterà la sposa più bella.

Furono lanciate le piume, e per la terza volta quella di Sempliciotto si posò sull'erba. I due fratelli si allontanarono ridendo, chiesero in moglie le prime contadinotte che incontrarono e tornarono indietro. 
Sempliciotto scese la scaletta sotterranea, ma era molto scoraggiato. Pensava questa volta la regina delle rane quasi certamente non avrebbe potuto aiutarlo. Ma la regina non si sgomentò, udendo la domanda; dalla scatola d'oro tolse una carota fatta come una carrozzina e strascinata da sei topini; prese la ranocchietta damigella e la mise nella carrozza. Poi agitò lo scettro: subito la carrozza divenne un cocchio d'oro, i topini si trasformarono in sei magnifici cavalli bianchi e la ranocchietta diventò la più bella fanciulla che si potesse immaginare. Quando arrivarono a palazzo e il re vide la fanciulla esclamò: - Il trono spetta a Sempliciotto. I due fratelli allora tentarono un ultimo espediente. Appesero al soffitto un cerchio e dissero: - Sarà regina la fanciulla che riuscirà a saltarlo.
Ma la sposa di Sempliciotto, che era stata una ranocchia, balzò attraverso il cerchio come se volasse, mentre le altre due spose caddero a terra come sacchi di patate. Sempliciotto divenne re e regnò saggiamente per tutta la vita.

 

 

 

 

“Sarà la sorte a decidere per voi: ecco qui tre piume. Scenderemo in giardino e il le getterò al vento; ciascuno di voi ne seguirà una.”

 

 

 

Fratelli Grimm

Cenerentola. Versione originale fratelli Grimm

La moglie di un ricco si ammalò e, quando sentì avvicinarsi la fine, chiamò al capezzale la sua unica figlioletta e le disse: - Bimba mia, sii sempre docile e buona, così il buon Dio ti aiuterà e io ti guarderò dal Cielo e ti sarò vicina -. Poi chiuse gli occhi e morì. La fanciulla andava ogni giorno sulla tomba della madre, piangeva ed era sempre docile e buona. Quando venne l'inverno, la neve coprì la tomba di un suo bianco drappo, e quando il sole di primavera l'ebbe tolto, l'uomo prese moglie di nuovo.

La donna aveva portato in casa due figlie, belle e bianche di viso, ma brutte e nere di cuore. Cominciarono tristi giorni per la povera figliastra. - Quella stupida oca, - esse dicevano, - dovrebbe stare in salotto con noi? Chi mangia il pane deve guadagnarselo: fuori, sguattera! - Le tolsero i suoi bei vestiti, le fecero indossare una vecchia palandrana grigia, e le diedero un paio di zoccoli. - Guardate la principessa, com'è agghindata! - esclamarono ridendo e la condussero in cucina. Là dovette sgobbare da mane a sera, alzarsi prima di giorno, portar l'acqua, accendere il fuoco, cucinare e lavare. Per giunta le sorelle gliene facevano di tutti i colori, la schernivano e le versavano ceci e lenticchie nella cenere, sicché doveva raccoglierli a uno a uno. La sera, dopo tante fatiche, non andava a letto, ma si coricava nella cenere, accanto al focolare. E siccome era sempre sporca e impolverata, la chiamavano Cenerentola.
Una volta il padre, prima di andare alla fiera, chiese alle due figliastre che cosa dovesse portar loro. - Bei vestiti, - disse la prima. - Perle e gemme, - disse la seconda. - E tu, Cenerentola, - egli chiese, - che vuoi? - Babbo, il primo rametto che vi urta il cappello sulla via del ritorno, coglietelo per me -.

Ora egli comprò bei vestiti, perle e gemme per le due figliastre e, sulla via del ritorno, mentre cavalcava per un verde boschetto, un ramo di nocciolo lo sfiorò e gli fece cadere il cappello. Allora egli colse il rametto e se lo portò via. Giunto a casa, diede alle figliastre quel che avevano desiderato, e il ramo di nocciolo a Cenerentola. Cenerentola lo ringraziò, andò sulla tomba della madre, piantò il rametto e pianse tanto che le lagrime vi caddero sopra e l'annaffiarono. Il ramo crebbe e divenne una bella pianta. Cenerentola ci andava tre volte al giorno, piangeva e pregava, e ogni volta si posava sulla pianta un uccellino bianco, che, se ella esprimeva un desiderio, le gettava quel che aveva desiderato.

Ora avvenne che il re diede una festa che doveva durare tre giorni e invitò tutte le belle ragazze del paese, perché suo figlio potesse scegliersi la sposa. Le due sorellastre, quando seppero che dovevano parteciparvi anche loro, tutte contente chiamarono Cenerentola e dissero: - Pettinaci, spazzola le scarpe e assicura le fibbie: andiamo a nozze al castello del re -. Cenerentola ubbidì, ma piangeva, perché anche lei sarebbe andata volentieri al ballo, e pregò la matrigna di accordarle il permesso. - Tu, Cenerentola, - esclamò quella, - sei così sporca e impolverata, e vuoi andare a nozze? Non hai vestiti né scarpe, e vuoi danzare? - Ma Cenerentola insisteva e la matrigna finì col dirle: - Ti ho versato nella cenere un piatto di lenticchie; se in due ore le sceglierai tutte, andrai anche tu -.

La fanciulla andò nell'orto, dietro casa, e chiamò: - Colombelle mie, e voi, tortorelle, e voi, uccellini tutti del cielo, venite e aiutatemi a scegliere le lenticchie,

le buone nel pentolino                                       

le cattive nel gozzino.

Allora dalla finestra di cucina entrarono due colombe bianche e poi le tortorelle e infine, frullando e svolazzando, entrarono tutti gli uccellini del cielo e si posarono intorno alla cenere. E le colombelle accennarono di sì con le testine e ci si misero, pic, pic, pic, pic, e allora ci si misero anche gli altri, pic, pic, pic, pic, e raccolsero tutti i grani buoni nel piatto. Non passò un'ora che avevan già finito e volarono tutti via. Allora la fanciulla, tutta contenta, portò il piatto alla matrigna e credeva di poter andare a nozze anche lei. Ma la matrigna disse: - No, Cenerentola; non hai vestiti e non sai ballare; saresti soltanto derisa - . Ma Cenerentola si mise a piangere, e quella disse: - Se in un'ora riesci a raccogliere dalla cenere e scegliere due piatti pieni di lenticchie, verrai anche tu - . E pensava: "Non ci riuscirà mai". Quando la matrigna ebbe versato i due piatti di lenticchie nella cenere, la fanciulla andò nell'orto dietro casa e gridò: - Colombelle mie, e voi, tortorelle, e voi, uccellini tutti del cielo, venite e aiutatemi a scegliere,

le buone nel pentolino

le cattive nel gozzino.

Allora entrarono dalla finestra di cucina due colombe bianche e poi le tortorelle e infine, frullando e svolazzando, tutti gli uccellini del cielo, e si posarono intorno alla cenere. E le colombelle accennarono di sì con le testine e ci si misero, pic, pic, pic, pic, e allora ci si misero anche gli altri, pic, pic, pic, pic, e non passò mezz'ora che avevan già finito e volarono via. Allora la fanciulla, tutta contenta, portò i piatti alla matrigna, e credeva di poter andare a nozze anche lei. Ma la matrigna disse: - È inutile: tu non vieni, perché non hai vestiti e non sai ballare; dovremmo vergognarci di te - . Le voltò le spalle e se ne andò in fretta con quelle due figlie boriose.

Rimasta sola, Cenerentola andò sulla tomba della madre e gridò:

Piantina, scuotiti, scrollati, 

d'oro e d'argento coprimi.

Allora l'uccello le gettò un abito d'oro e d'argento e scarpette trapunte d'argento e di seta. In fretta in fretta ella indossò l'abito e andò a nozze. Ma le sorelle e la matrigna non la riconobbero e credevano fosse una principessa sconosciuta, tant'era bella nell'abito d'oro. A Cenerentola non pensarono affatto e credevano se ne stesse a casa nel sudiciume a raccoglier lenticchie dalla cenere. Il principe le venne incontro, la prese per mano e ballò con lei. E non volle ballare con nessun'altra; non le lasciò mai la mano, e se un altro la invitava, diceva: - È la mia ballerina. Cenerentola danzò fino a sera, poi volle andare a casa. Ma il principe disse: - Vengo ad accompagnarti, - perché voleva vedere da dove venisse la bella fanciulla. Ma ella gli scappò e balzò nella colombaia. Il principe aspettò che tornasse il padre e gli disse che la fanciulla sconosciuta era saltata nella colombaia. Il vecchio pensò: "Che sia Cenerentola?" e si fece portare un'accetta e un piccone per buttar giù la colombaia; ma dentro non c'era nessuno. E quando tornarono a casa, Cenerentola giaceva sulla cenere nelle sue vesti sporche e un lumino a olio ardeva a stento nel focolare: da un'apertura posteriore, ella era saltata prontamente fuor dalla colombaia ed era corsa sotto il nocciolo; là si era tolta le belle vesti e le aveva deposte sulla tomba e l'uccello le aveva riprese; ed ella, nella sua palandrana grigia, si era stesa sulla cenere, in cucina.
Il giorno dopo, quando ricominciò la festa e i genitori e le sorellastre eran di nuovo usciti, Cenerentola andò sotto il nocciolo e gridò:

Piantina, scuotiti, scrollati,

d'oro e d'argento coprimi.

Allora l'uccello le gettò un abito ancor più superbo del primo. E quando, così abbigliata, comparve a nozze, tutti si meravigliarono della sua bellezza. Ma il principe l'aveva aspettata, la prese per mano e ballò soltanto con lei. Quando la invitavano gli altri, diceva: - Questa è la mia ballerina -. La sera ella se ne andò e il principe la seguì per veder dove entrasse; ma ella fuggì d'un balzo nell'orto dietro casa. Là c'era un bell'albero alto da cui pendevano magnifiche pere; ella si arrampicò fra i rami svelta come uno scoiattolo e il principe non sapeva dove fosse sparita. Ma aspettò che arrivasse il padre e gli disse: - La fanciulla forestiera mi è scappata e credo si sia arrampicata sul pero -. Il padre pensò: "Che sia Cenerentola?" Si fece portar l'ascia e abbatté l'albero, ma sopra non c'era nessuno. E quando entrarono in cucina, Cenerentola giaceva sulla cenere come al solito: era saltata giù dall'altra parte dell'albero, aveva riportato le belle vesti all'uccello sul nocciolo e indossato la sua palandrana grigia.

Il terzo giorno, quando i genitori e le sorelle se ne furono andati, Cenerentola tornò sulla tomba di sua madre e disse alla pianticella:

Piantina, scuotiti, scrollati,

d'oro e d'argento coprimi.

E l'uccello le gettò un abito sfarzoso e rilucente come non ne aveva ancora avuti; e le scarpette eran tutte d'oro. Quando ella compare a nozze con quell'abito, non ebbero più parole per la meraviglia. Il principe ballò soltanto con lei; e se qualcuno la invitava, egli diceva: - Questa è la mia ballerina.

Quando fu sera, Cenerentola se ne andò e il principe volle accompagnarla, ma ella fuggì via così rapida che non riuscì a seguirla. Ma il principe era ricorso a un'astuzia e aveva fatto spalmare tutta la scala di pece: quando la fanciulla corse via, la sua scarpetta sinistra vi rimase appiccicata. Il principe la raccolse: era piccola, elegante e tutta d'oro. La mattina dopo andò dal padre di Cenerentola e disse: - Sarà mia sposa soltanto colei che potrà calzare questa scarpa d'oro - . Allora le due sorelle si rallegrarono, perché avevano un bel piedino. La maggiore andò con la scarpa in camera sua e volle provarla davanti a sua madre. Ma il dito grosso non entrava e la scarpa era troppo piccolina; allora la madre le porse un coltello e disse: - Tagliati il dito; quando sei regina, non hai più bisogno di andare a piedi - . La fanciulla si mozzò il dito, serrò il piede nella scarpa, contenne il dolore e andò dal principe. Egli la mise sul cavallo come sua sposa e partì con lei. Ma dovevano passare davanti alla tomba; due colombelle, posate sul cespuglio di nocciolo, gridarono:

- Volgiti, volgiti, guarda: 

c'è sangue nella scarpa.

 
Strettina è la scarpetta.

La vera sposa è ancor nella casetta.

Allora egli le guardò il piede e ne vide sgorgare il sangue. Voltò il cavallo, riportò a casa la falsa fidanzata, e disse che non era quella vera e che l'altra sorella provasse a infilare la scarpa. Essa andò nella sua camera e riuscì facilmente a infilare le dita, ma il calcagno era troppo grosso. Allora la madre le porse un coltello e disse: - Tagliati un pezzo di calcagno; quando sei regina, non hai bisogno di andare a piedi -. La fanciulla si tagliò un pezzo di calcagno, serrò il piede nella scarpa, contenne il dolore e andò dal principe. E questi la mise sul cavallo come sposa e andò via con lei. Quando passarono accanto al nocciolo, le due colombelle gridarono:

- Volgiti, volgiti, guarda:

 c'è sangue nella scarpa. 

Strettina è la scarpetta. 

La vera sposa è ancor nella casetta.

Egli le guardò il piede e vide il sangue che sgorgava dalla scarpa, sprizzando purpureo sulle calze bianche. Allora voltò il cavallo e riportò a casa la falsa fidanzata. - Neppur questa è la vera, - disse, - non avete altre figlie?- No, - disse l'uomo, - c'è soltanto una piccola Cenerentola tristanzuola, della moglie che mi è morta: è impossibile che sia la sposa - . Il principe gli disse di mandarla a prendere, ma la matrigna rispose: - Ah no, è troppo sporca, non può farsi vedere - . Ma egli lo volle assolutamente e dovettero chiamar Cenerentola. Ella prima si lavò ben bene le mani e il volto, poi andò a inchinarsi davanti al principe, che le porse la scarpa d'oro. Allora ella si mise a sedere sullo sgabello, tolse il piede dal pesante zoccolo e l'infilò nella scarpetta: le stava a pennello. E quando si alzò, e il re la guardò in viso, egli riconobbe la bella fanciulla con cui aveva danzato e gridò: - Questa è la vera sposa! - La matrigna e le due sorellastre si spaventarono e impallidirono dall'ira, ma egli mise Cenerentola sul cavallo e se ne andò con lei. Quando passarono accanto al nocciolo, le due colombelle bianche gridarono:

- Volgiti, volgiti, guarda: 

non c'è sangue nella scarpa, 

che non è troppo piccina. 

Porti a casa la vera sposina.

E poi scesero a volo, si posarono sulle spalle di Cenerentola, e lì rimasero, l'una a destra, l'altra a sinistra.

Quando stavano per esser celebrate le nozze, arrivarono le sorellastre, che volevano ingraziarsi Cenerentola e partecipare alla sua fortuna. E mentre gli sposi andavano in chiesa, la maggiore era a destra, la minore a sinistra di Cenerentola; e le colombe cavarono un occhio a ciascuna. Poi, all'uscita, la maggiore era a sinistra, la minore a destra; e le colombe cavarono a ciascuna l'altro occhio. Così furono punite con la cecità di tutta la vita, perché erano state false e malvagie.

 

 

 

 

“…tolse il piede dal pesante zoccolo e l'infilò nella scarpetta: le stava a pennello. E quando si alzò, e il re la guardò in viso, egli riconobbe la bella fanciulla con cui aveva danzato e gridò: - Questa è la vera sposa!”

 

 

 

Fratelli Grimm

Hansel e Gretel. Versione originale fratelli Grimm

Davanti a un gran bosco abitava un povero taglialegna che non aveva di che sfamarsi; riusciva a stento a procurare il pane per sua moglie e i suoi due bambini: Hänsel e Gretel. Infine giunse un tempo in cui non poté più provvedere neanche a questo e non sapeva più a che santo votarsi. Una sera, mentre si voltava inquieto nel letto, la moglie gli disse: "Ascolta marito mio, domattina all'alba prendi i due bambini, dai a ciascuno un pezzetto di pane e conducili fuori in mezzo al bosco, nel punto dov'è più fitto; accendi loro un fuoco, poi vai via e lasciali soli laggiù. Non possiamo nutrirli più a lungo." - "No, moglie mia" disse l'uomo "non ho cuore di abbandonare i miei cari bambini nel bosco, le bestie feroci li sbranerebbero subito." - "Se non lo fai," disse la donna, "moriremo tutti quanti di fame." E non lo lasciò in pace finché egli non acconsentì.

Anche i due bambini non potevano dormire per la fame, e avevano sentito quello che la madre aveva detto al padre. Gretel pensò che per loro fosse finita e incominciò a piangere amaramente, ma Hänsel disse: "Stai zitta Gretel, non ti crucciare, ci penserò io." Si alzò, si mise la giacchettina, aprì l'uscio da basso e sgattaiolò fuori. La luna splendeva chiara e i ciottoli bianchi rilucevano come monete nuove di zecca. Hänsel si chinò, ne ficcò nella taschina della giacca quanti poté farne entrare e se ne tornò a casa. "Consolati Gretel e riposa tranquilla," disse; si rimise di nuovo a letto e si addormentò.

Allo spuntar del giorno, ancor prima che sorgesse il sole, la madre venne e li svegliò entrambi: "Alzatevi bambini, vogliamo andare nel bosco; qui c'è un pezzetto di pane per ciascuno di voi, ma siate saggi e conservatelo per mezzogiorno." Gretel mise il pane sotto il grembiule perché Hänsel aveva le pietre in tasca, poi si incamminarono verso il bosco. Quando ebbero fatto un pezzetto di strada: Hänsel si fermò e si volse a guardare la casa; così fece per più volte. Il padre disse: "Hänsel, che cos'è che ti volti a guardare e perché ti fermi? Su, muoviti!" - "Ah, babbo, guardo il mio gattino bianco che è sul tetto e vuole dirmi addio." Disse la madre: "Ehi, sciocco, non è il tuo gattino, è il primo sole che brilla sul comignolo." Hänsel però non aveva guardato il gattino, ma aveva buttato ogni volta sulla strada uno dei sassolini lucidi che aveva in tasca.

Quando giunsero in mezzo al bosco, il padre disse: "Ora raccogliete legna, bambini, voglio accendere un fuoco per non gelare." Hänsel e Gretel raccolsero rami secchi e ne fecero un mucchietto. Poi accesero il fuoco e quando la fiamma si levò alta, la madre disse: "Adesso stendetevi accanto al fuoco e dormite, noi andiamo a spaccare legna nel bosco; aspettate fino a quando non torniamo a prendervi."

Hänsel e Gretel rimasero accanto al fuoco fino a mezzogiorno, poi ciascuno mangiò il proprio pezzetto di pane. Credevano che il padre fosse ancora nel bosco perché udivano i colpi d'accetta; invece era un ramo che egli aveva legato a un albero e che il vento sbatteva di qua e di là. Così attesero fino a sera, ma il padre e la madre non tornavano e nessuno veniva a prenderli. Quando fu notte fonda Gretel incominciò a piangere, ma Hänsel disse: "Aspetta soltanto un poco, finché sorga la luna." E quando la luna sorse, prese Gretel per mano; i ciottoli brillavano come monete nuove di zecca e indicavano loro il cammino. Camminarono tutta la notte e quando fu mattina giunsero alla casa patema. Il padre si rallegrò di cuore quando vide i suoi bambini, poiché gli era dispiaciuto doverli lasciare soli; la madre finse anch'essa di rallegrarsi, ma segretamente ne era furiosa.

Non passò molto tempo e il pane tornò a mancare in casa e Hänsel e Gretel udirono una sera la madre che diceva al padre: "Una volta i bambini hanno ritrovato il cammino e io ho lasciato correre: ma adesso non c'è di nuovo più niente, rimane solo una mezza pagnotta in casa; devi condurli domani più addentro nel bosco, perché non ritrovino la strada: per noi non c'è altro rimedio." L'uomo si sentì stringere il cuore e pensò: "Sarebbe meglio se dividessi l'ultimo boccone con i tuoi bambini." Ma siccome aveva già ceduto una volta, non poté dire di no.

Quando i bambini ebbero udito quel discorso, Hänsel si alzò per raccogliere di nuovo i ciottoli, ma quando giunse alla porta, la madre l'aveva chiusa. Tuttavia consolò Gretel e disse: "Dormi, cara Gretel, il buon Dio ci aiuterà."

Allo spuntar del giorno ebbero il loro pezzetto di pane, ancora più piccolo della volta precedente. Per strada Hänsel lo sbriciolò in tasca; si fermava sovente e gettava una briciola per terra. "Perché ti fermi sempre, Hänsel, e ti guardi intorno?" disse il padre. "Cammina!" - "Ah! Guardo il mio piccioncino che è sul tetto e vuole dirmi addio." - "Sciocco," disse la madre, "non è il tuo piccione, è il primo sole che brilla sul comignolo." Ma Hänsel sbriciolò tutto il suo pane e gettò le briciole per via.

La madre li condusse ancora più addentro nel bosco, dove non erano mai stati in vita loro. Là dovevano di nuovo sedere accanto al fuoco e dormire e alla sera i genitori sarebbero venuti a prenderli. A mezzogiorno Gretel divise il proprio pane con Hänsel, che aveva sparso tutto il suo per via. Ma passò mezzogiorno e passò anche la sera senza che nessuno venisse dai poveri bambini. Hänsel consolò Gretel e disse: "Aspetta che sorga la luna: allora vedrò le briciole di pane che ho sparso; ci mostreranno la via di casa." La luna sorse, ma quando Hänsel cercò le briciole non le trovò: i mille e mille uccellini del bosco le avevano viste e le avevano beccate. Hänsel pensava di trovare ugualmente la via di casa e si portava dietro Gretel, ma ben presto si persero nel grande bosco; camminarono tutta la notte e tutto il giorno, poi si addormentarono per la gran stanchezza. Poi camminarono ancora tutta una giornata, ma non riuscirono a uscire dal bosco, e avevano tanta fame, perché non avevano nient'altro da mangiare che un po' di bacche trovate per terra.

Il terzo giorno, quand'ebbero camminato fino a mezzogiorno, giunsero a una casina fatta di pane e ricoperta di focaccia, con le finestre di zucchero trasparente. "Ci siederemo qui e mangeremo a sazietà," disse Hänsel. "Io mangerò un pezzo di tetto; tu, Gretel, mangia un pezzo di finestra: è dolce." Quando Gretel incominciò a rosicchiare lo zucchero, una voce sottile gridò dall'interno:"Chi mi mangia la casina zuccherosa e sopraffina?"

I bambini risposero: "È il vento che piega ogni stelo,il bel bambino venuto dal cielo."

E continuarono a mangiare. Gretel tirò fuori tutto un vetro rotondo e Hänsel staccò un enorme pezzo di focaccia dal tetto. Ma d'un tratto la porta della casa si aprì e una vecchia decrepita venne fuori piano piano. Hänsel e Gretel si spaventarono tanto che lasciarono cadere quello che avevano in mano. Ma la vecchia scosse il capo e disse: "Ah, cari bambini, come siete giunti fin qui? Venite dentro con me, siete i benvenuti." Prese entrambi per mano e li condusse nella sua casetta. Fu loro servita una buona cena, latte e frittelle, mele e noci; poi furono preparati due bei lettini bianchi, e Hänsel e Gretel si coricarono e pensavano di essere in Paradiso.

Ma la vecchia era una strega cattiva che attendeva con impazienza l'arrivo dei bambini e, per attirarli, aveva costruito la casetta di pane. Quando un bambino cadeva nelle sue mani, lo uccideva, lo cucinava e lo mangiava; e per lei quello era un giorno di festa. Era proprio felice che Hänsel e Gretel fossero capitati lì. Di buon mattino, prima che i bambini fossero svegli, ella si alzò, andò ai loro lettini, e quando li vide riposare così dolcemente, si rallegrò e mormorò fra sé: "Saranno un buon bocconcino per me!" Poi afferrò Hänsel e lo rinchiuse in una stia. Quando questi si svegliò, si trovò circondato da una grata, come un pollo da ingrassare, e poteva fare solo pochi passi. Poi la vecchia svegliò Gretel con uno scossone e le gridò: "Alzati, poltrona, prendi dell'acqua e vai in cucina a preparare qualcosa di buono; tuo fratello è là nella stia e voglio ingrassarlo per poi mangiarmelo; tu devi dargli da mangiare." Gretel si spaventò e pianse, ma dovette fare quello che voleva la strega.

Ora ad Hänsel venivano cucinati ogni giorno i cibi più squisiti, poiché doveva ingrassare; Gretel invece non riceveva altro che gusci di gambero. Ogni giorno la vecchia veniva e diceva: "Hänsel, sporgi le dita, che senta se presto sarai grasso." Ma Hänsel le sporgeva sempre un ossicino ed ella si meravigliava che non volesse proprio ingrassare. Dopo quattro settimane, una sera disse a Gretel: "Vai a prendere dell'acqua, svelta; grasso o magro che sia, domani ammazzerò il tuo fratellino e lo cucinerò; nel frattempo mi metterò a impastare il pane da cuocere nel forno." Con il cuore grosso, Gretel portò l'acqua nella quale doveva essere cucinato Hänsel. Dovette poi alzarsi di buon mattino, accendere il fuoco e appendere il paiolo pieno d'acqua. "Ora fa' attenzione," disse la strega. "Accendo il fuoco nel forno per cuocere il pane." Gretel era in cucina e piangeva a calde lacrime mentre pensava: "Ci avessero divorato le bestie feroci nel bosco! Almeno saremmo morti insieme senza dover sopportare questa pena, e io non dovrei far bollire l'acqua che deve servire per la morte di mio fratello. Buon Dio, aiuta noi, miseri bambini!"

La vecchia gridò: "Gretel, vieni subito qui al forno!" e quando Gretel arrivò, disse: "Dai un'occhiata dentro se il pane è ben cotto e dorato; i miei occhi sono deboli e io non arrivo a vedere fin là. E se anche tu non ci riesci, siediti sull'asse: ti spingerò dentro, così potrai controllare meglio." Ma la perfida strega aveva chiamato Gretel perché‚ pensava, una volta spintala dentro al forno, di chiuderlo e di farla arrostire per mangiarsi pure lei. Ma Dio ispirò alla fanciulla un'idea, ed ella disse: "Non so proprio come fare, fammi vedere tu per prima: siediti sull'asse e io ti spingerò dentro." La vecchia si sedette e, siccome era leggera, Gretel poté spingerla dentro, il più in fondo possibile; poi chiuse in fretta la porta e mise il paletto di ferro. Allora la vecchia incominciò a gridare e a lamentarsi nel forno bollente, ma Gretel scappò via, ed ella dovette bruciare miseramente.

Gretel corse da Hänsel, gli aprì la porticina e gridò: "Salta fuori, Hänsel, siamo liberi!" Allora Hänsel saltò fuori, come un uccello quando gli aprono la gabbia.

Ed essi piansero di gioia e si baciarono. Tutta la casetta era piena di perle e di pietre preziose: essi se ne riempirono le tasche e se ne andarono in cerca della via che li riconducesse a casa. Ma giunsero a un gran fiume che non erano in grado di attraversare. Allora la sorellina vide un'anatrina bianca nuotare di qua e di là.

E le gridò: "Ah,cara anatrina, prendici sul tuo dorso."

Udite queste parole, l'anatrina si avvicinò nuotando e trasportò prima Gretel e poi Hänsel dall'altra parte del fiume. Dopo breve tempo ritrovarono la loro casa: il padre si rallegrò di cuore quando li rivide, poiché non aveva più avuto un giorno di felicità da quando i suoi bambini non c'erano più. La madre invece era morta. I bambini avevano portato ricchezze a sufficienza così non ebbero più bisogno di procurarsi il necessario per vivere.

 

 

 

 

"Salta fuori, Hänsel, siamo liberi!" Allora Hänsel saltò fuori, come un uccello quando gli aprono la gabbia.

Ed essi piansero di gioia e si baciarono.”

 

 

 

Fratelli Grimm

Raperonzolo. Versione originale fratelli Grimm

C'era una volta un uomo e una donna che da molto tempo desideravano invano un bimbo. Finalmente la donna scoprì di essere in attesa. Sul retro della loro casa c'era una finestrella dalla quale si poteva vedere nel giardino di una maga, pieno di fiori ed erbaggi di ogni specie. Nessuno, tuttavia, osava entrarvi. Un giorno la donna stava alla finestra e, guardando il giardino, vide dei meravigliosi raperonzoli in un'aiuola. Subito ebbe voglia di mangiarne e, siccome sapeva di non poterli avere, divenne magra e smunta a tal punto che il marito se ne accorse e, spaventato, gliene domandò la ragione. "Ah! Morirò se non riesco a mangiare un po' di quei raperonzoli che crescono nel giardino dietro casa nostra." L'uomo, che amava la propria moglie, pensò fra sé: "Costi quel che costi, devi riuscire a portargliene qualcuno." Così, una sera, scavalcò il muro, colse in tutta fretta una manciata di raperonzoli e li portò a sua moglie. La donna si preparò subito un'insalata e la mangiò con avidità. Ma i raperonzoli le erano piaciuti a tal punto che il giorno dopo la sua voglia si triplicò. L'uomo capì che non si sarebbe chetata, così penetrò ancora una volta nel giardino. Ma grande fu il suo spavento quando si vide davanti la maga che incominciò a rimproverarlo aspramente per aver osato entrare nel giardino a rubarne i frutti. Egli si scusò come poté raccontando delle voglie di sua moglie e di come fosse pericoloso negarle qualcosa in quel periodo. Infine la maga disse: "Mi contento di quel che dici e ti permetto di portar via tutti i raperonzoli che desideri, ma a una condizione: mi darai il bambino che tua moglie metterà al mondo." Impaurito, l'uomo accettò ogni cosa e quando sua moglie partorì, subito comparve la maga, diede il nome di Raperonzolo alla bimba e se la portò via.

Raperonzolo divenne la più bella bambina del mondo, ma non appena compì dodici anni, la maga la rinchiuse in una torre alta alta che non aveva scala né porta, ma solo una minuscola finestrella in alto. Quando la maga voleva salirvi, da sotto chiamava:

"Oh Raperonzolo, sciogli i tuoi capelli

che per salir mi servirò di quelli."

Raperonzolo aveva infatti capelli lunghi e bellissimi, sottili come oro filato. Quando la maga chiamava, ella scioglieva le sue trecce, annodava i capelli in alto, al contrafforte della finestra, in modo che essi ricadessero per una lunghezza di venti braccia, e la maga ci si arrampicava.

Un giorno un giovane principe venne a trovarsi nel bosco ove era la torre, vide la bella Raperonzolo alla finestra e la udì cantare con voce così dolce che tosto se ne innamorò. Egli si disperava poiché la torre non aveva porta e nessuna scala era alta a sufficienza. Tuttavia ogni giorno si recava nel bosco, finché vide giungere la maga che così parlò:

"Oh Raperonzolo, sciogli i tuoi capelli

che per salir mi servirò di quelli!"

Così egli capì grazie a quale scala si poteva penetrare nella torre. Si era bene impresso nella mente le parole che occorreva pronunciare, e il giorno seguente, all'imbrunire, andò alla torre e gridò:

"Oh Raperonzolo, sciogli i tuoi capelli

che per salir mi servirò di quelli!"

Ed ecco, ella sciolse i capelli e non appena questi toccarono terra egli vi si aggrappò saldamente e fu sollevato in alto.

Raperonzolo da principio si spaventò, ma ben presto il giovane principe le piacque e insieme decisero che egli sarebbe venuto tutti i giorni a trovarla. Così vissero felici e contenti a lungo, volendosi bene come marito e moglie. La maga non si accorse di nulla fino a quando, un giorno, Raperonzolo prese a dirle: "Ditemi, signora Gothel, come mai siete tanto più pesante da sollevare del giovane principe?" - "Ah, bimba sciagurata!" replicò la maga, "cosa mi tocca sentire!" Ella comprese di essere stata ingannata e andò su tutte le furie. Afferrò allora le belle trecce di Raperonzolo, le avvolse due o tre volte intorno alla mano sinistra, prese le forbici con la destra e "zic zac," le tagliò. Indi portò Raperonzolo in un deserto ove ella fu costretta a vivere miseramente e, dopo un certo periodo di tempo, diede alla luce due gemelli, un maschio e una femmina.

La stessa sera del giorno in cui aveva scacciato Raperonzolo, la maga legò le trecce recise al contrafforte della finestra e quando il principe giunse e disse:

"Oh Raperonzolo, sciogli i tuoi capelli

che per salir mi servirò di quelli!"

ella lasciò cadere a terra i capelli. Come fu sorpreso il principe quando trovò la maga al posto dell'amata Raperonzolo! "Sai una cosa?" disse la maga furibonda "per te, ribaldo, Raperonzolo è perduta per sempre!" Il principe, disperato, si gettò giù dalla torre: ebbe salva la vita, ma perse la vista da entrambi gli occhi. Triste errò per i boschi nutrendosi solo di erbe e radici e non facendo altro che piangere. Alcuni anni più tardi, capitò nello stesso deserto in cui Raperonzolo viveva fra gli stenti con i suoi bambini. La sua voce gli parve nota, e nello stesso istante anch'ella lo riconobbe e gli saltò al collo. Due lacrime di lei gli inumidirono gli occhi; essi si illuminarono nuovamente, ed egli poté vederci come prima.

 

 

 

 

"Oh Raperonzolo, sciogli i tuoi capelli

che per salir mi servirò di quelli."

 

 

 

Fratelli Grimm

Fratellino e sorellina. Versione originale fratelli Grimm

Il fratellino prese la sorellina per mano e disse: "Da quando è morta la mamma, non abbiamo più avuto un'ora di bene: la matrigna ci picchia ogni giorno e quando andiamo da lei ci caccia a pedate. I tozzi di pane raffermo sono il nostro cibo, e il cagnolino sotto la tavola sta meglio di noi: a lui getta ogni tanto qualcosa di buono. Dio mio, se lo sapesse la nostra mamma! Vieni, ce ne andremo insieme per il mondo." Camminarono tutto il giorno attraverso prati, campi, sentieri sassosi, e, mentre pioveva, la sorellina disse: "Dio e i nostri cuori piangono insieme." La sera giunsero in un gran bosco, ed erano così stanchi per il pianto, la fame e il lungo cammino, che si sedettero dentro a un albero cavo e si addormentarono.

La mattina dopo, quando si svegliarono, il sole era già alto nel cielo e i suoi raggi penetravano ardenti all'interno dell'albero. Allora il fratellino disse: "Sorellina ho sete; se sapessi dov'è una fonte andrei a bere; credo di averne sentito il mormorio." Il fratellino si alzò, prese la sorellina per mano e volevano cercare la sorgente. Ma la cattiva matrigna era una strega e aveva visto benissimo che i due bambini se ne erano andati; li aveva seguiti quatta quatta, di nascosto, come fanno le streghe, e aveva stregato tutte le sorgenti del bosco. Quand'essi trovarono un rivolo che saltellava scintillando sulle pietre, il fratellino volle bere; ma la sorellina udì la fonte mormorare: "Chi beve della mia acqua diventa una tigre! Chi beve della mia acqua diventa una tigre!" Allora la sorellina gridò: "Ah, fratellino, ti prego, non bere, altrimenti diventi una belva feroce e mi sbrani." Il fratellino non bevve, anche se aveva una gran sete, e disse: "Aspetterò fino alla prossima sorgente." Quando arrivarono alla seconda fonte, la sorellina udì che anche questa diceva: "Chi beve della mia acqua diventa un lupo! Chi beve della mia acqua diventa un lupo!" Allora gridò: "Ah, fratellino, ti prego, non bere, altrimenti diventi un lupo e mi divori." Il fratellino non bevve e disse: "Aspetterò fino alla prossima sorgente, ma allora dovrò bere; puoi dire quello che vuoi, ho troppa sete." E quando giunsero alla terza fonte, la sorellina udì mormorare: "Chi beve della mia acqua diventa un capriolo! Chi beve della mia acqua diventa un capriolo!" La sorellina disse: "Ah, fratellino, ti prego, non bere, altrimenti diventi un capriolo e scappi via." Ma il fratellino si era subito inginocchiato presso la sorgente, si era chinato e aveva bevuto l'acqua; non appena le prime gocce gli toccarono le labbra, giacque a terra, trasformato in un piccolo capriolo.

La sorellina pianse sul povero fratellino stregato, e anche il piccolo capriolo piangeva, standosene tutto triste accanto a lei. Infine la fanciulla disse: "Chetati, caro caprioletto, io non ti abbandonerò mai." Sciolse la sua giarrettiera d'oro e la mise intorno al collo del capriolo, poi divelse dei giunchi e ne intrecciò una corda flessibile. Legò l'animaletto, lo condusse con sé e si addentrò sempre di più nel bosco. Cammina, cammina, giunsero finalmente a una casetta; la fanciulla guardò dentro e siccome era vuota pensò: "Qui possiamo fermarci ad abitare." Cercò allora foglie e muschio per fare un morbido giaciglio al capriolo e ogni mattina usciva e raccoglieva radici, bacche e noci, e al capriolo portava erba tenera; ed esso la mangiava dalla sua mano, era felice e giocherellava davanti a lei. La sera quando la sorellina era stanca e aveva detto le sue preghiere, posava il capo sul dorso del piccolo capriolo: quello era il suo cuscino e su di esso si addormentava dolcemente. E se il fratellino avesse avuto la sua figura umana, sarebbe stata una vita meravigliosa.

Per un certo periodo di tempo vissero così, soli, in quel luogo selvaggio. Ma avvenne che il re di quella zona tenesse una gran caccia nel bosco. Echeggiò fra gli alberi il suono dei corni, il latrato dei cani e le grida allegre, e il piccolo capriolo ascoltava e gli sarebbe tanto piaciuto essere della partita. "Ah," disse alla sorellina, "lasciami andare alla caccia, non posso più resistere!" E la pregò così a lungo che ella infine acconsentì. "Però," gli disse, "ritorna questa sera. Davanti ai feroci cacciatori io chiuderò la porticina: per farti riconoscere, bussa e di': "Sorellina mia, lasciami entrare!" Ma se non dici così, non aprirò." Allora il capriolo saltò fuori, e stava tanto bene, ed era così allegro all'aria aperta! Il re e i suoi cacciatori videro il bell'animaletto e lo inseguirono; ma non riuscivano a raggiungerlo, e quando credevano di prenderlo, il capriolo saltava nella boscaglia e spariva. Quando fu buio corse alla casetta, bussò e disse: "Sorellina mia, lasciami entrare!" Allora la porticina gli fu aperta, egli saltò dentro e dormì tutta la notte sul suo morbido giaciglio. Il mattino dopo la caccia ricominciò, e quando il capriolo udì nuovamente il corno e il grido dei cacciatori, non ebbe più pace e disse: "Sorellina aprimi, devo uscire." La sorellina gli aprì la porta e disse: "Ma questa sera devi essere di nuovo qui con la tua parola d'ordine." Quando il re e i suoi cacciatori rividero il capriolo con il collare d'oro, lo inseguirono tutti, ma egli era troppo rapido e svelto. La caccia durò tutto il giorno, ma finalmente a sera i cacciatori lo accerchiarono e uno lo ferì leggermente a una zampa, cosicché egli si mise a zoppicare e corse via più adagio. Allora un cacciatore gli andò dietro pian piano fino alla casetta e l'udì esclamare: "Sorellina mia, lasciami entrare!" e vide che la porta gli veniva aperta e subito richiusa. Il cacciatore tenne tutto bene a mente, andò dal re e gli raccontò ciò che aveva visto e udito. Allora il re disse: "Domani andremo a caccia ancora una volta."

Ma la sorellina si spaventò terribilmente quando il piccolo capriolo rientrò ferito. Lavò la ferita, ci mise sopra delle erbe e disse: "Va' al tuo giaciglio, caprioletto mio, così guarisci." Ma la ferita era così piccola che al mattino il capriolo non sentiva più nulla e quando udì nuovamente il tripudio della caccia disse: "Non posso resistere, devo andarci; non sarà così facile acchiapparmi." La sorellina pianse e disse: "Adesso ti uccideranno; non ti lascio uscire." - "E io morirò qui di tristezza, se mi trattieni" rispose il capriolo. "Quando sento il corno da caccia mi sembra di non stare più nella pelle!" Allora la sorellina dovette cedere, gli aprì la porta con il cuore grosso e il capriolo corse nel bosco vispo e felice. Quando il re lo scorse, disse ai suoi cacciatori: "Inseguitelo per tutto il giorno fino a sera, ma che nessuno gli faccia del male!" Come il sole fu tramontato, il re disse al cacciatore: "Vieni e mostrami la casetta nel bosco." E quando fu davanti alla porticina bussò e gridò: "Sorellina cara, lasciami entrare!" Allora la porta si aprì e il re entrò e trovò una fanciulla così bella come non ne aveva mai viste. Ma la fanciulla si spaventò quando vide entrare un re con una corona d'oro al posto del suo piccolo capriolo. Il re la guardò amorevolmente, le diede la mano e disse: "Vuoi venire con me al mio castello e diventare la mia cara sposa?" - "Ah sì," rispose la fanciulla, "ma deve venire anche il capriolo, non lo abbandono." Disse il re: "Rimarrà con te finché vivi e non gli mancherà nulla." In quel momento entrò a salti il capriolo; la sorellina lo legò di nuovo alla fune di giunco che prese in mano lei stessa e insieme a lui lasciò la casetta nel bosco.

Il re condusse la bella fanciulla nel suo castello, dove le nozze furono celebrate con gran pompa; ora ella era Sua Maestà la regina, e vissero insieme felici per lungo tempo; il capriolo era ben nutrito e ben curato e ruzzava nel giardino del castello. Ma la cattiva matrigna, per via della quale i bambini se ne erano andati per il mondo, credeva che la sorellina fosse stata sbranata dalle bestie feroci nel bosco e che il fratellino, trasformato in un capriolo, fosse stato ucciso dai cacciatori. Quando sentì che erano felici e che stavano così bene, l'invidia e la gelosia le si destarono in cuore e non le davano pace e non pensava che al modo di procurar loro un'altra sciagura. La sua figlia vera, che era brutta come la notte e aveva un solo occhio, protestava e diceva: "Diventare una regina! Questa fortuna spettava a me!" - "Sta' tranquilla," disse la vecchia e aggiunse allegramente: "Al momento buono, saprò cosa fare." E quando venne il momento e la regina diede alla luce un bel maschietto, mentre il re era a caccia, la vecchia strega prese le sembianze della cameriera, entrò nella stanza dove giaceva la regina e disse alla puerpera: "Venite, il bagno è pronto, vi farà bene e vi rinforzerà; presto, prima che diventi freddo." C'era anche sua figlia; insieme trasportarono la regina, debole com'era, nella stanza da bagno, la misero nella vasca e se ne andarono in fretta chiudendo la porta. Ma nella stanza da bagno avevano acceso un fuoco d'inferno, cosicché la bella giovane regina soffocò ben presto.

Ciò fatto, la vecchia prese sua figlia, le mise una cuffia in testa e la pose nel letto al posto della regina. Le diede anche la sua figura e il suo aspetto, ma non poté restituirle l'occhio perduto. Ma perché il re non si accorgesse di nulla, si dovette coricare dalla parte dove le mancava l'occhio. La sera, quando il re ritornò e udì che gli era nato un bambino, fu pieno di gioia e volle recarsi al letto della sua cara moglie per vedere come stava. Subito la vecchia esclamò: "Per carità, lasciate chiuse le cortine: la regina non sopporta ancora la luce e deve riposare!" Il re si ritirò e non sapeva che nel letto c'era una falsa regina.

Ma quando fu mezzanotte e tutto taceva, la bambinaia, che sedeva nella camera del bambino accanto alla culla ed era l'unica a vegliare ancora, vide aprirsi la porta ed entrare la vera regina. Ella tolse il bambino dalla culla, lo prese fra le braccia e lo allattò; poi sprimacciò il suo piccolo cuscino, lo rimise a letto e lo coprì con la piccola coltre. Ma non dimenticò neanche il capriolo, andò nell'angolo dove si trovava e lo accarezzò sul dorso. Poi uscì silenziosamente dalla porta e la bambinaia, la mattina dopo, domandò alle guardie se durante la notte avessero visto qualcuno entrare nel castello; ma esse risposero: "No, non abbiamo visto nessuno."

La regina venne per molte notti, senza dire mai una parola; la bambinaia la vedeva sempre, ma non osava dire nulla a nessuno.

Quando fu trascorso un certo periodo di tempo, una notte la regina incominciò a dire:

"Che cosa fanno nel loro lettino il capriolo e il mio bambino?

Ancor due volte fin qui verrò, ma una terza non tornerò."

La bambinaia non le rispose, ma quando fu scomparsa andò dal re e gli raccontò tutto. Disse il re: "Mio Dio, che cosa è mai questa! Voglio vegliare accanto a mio figlio la prossima notte." La sera andò nella camera del bambino; a mezzanotte apparve ancora la regina e disse: "Che cosa fanno nel loro lettino il capriolo e il mio bambino?

Ancora una volta fin qui verrò, ma una seconda non tornerò."

E si prese cura del piccino come sempre, prima di sparire. Il re non osò rivolgerle la parola, ma la notte seguente vegliò di nuovo. Ella disse:"Che cosa fanno nel loro lettino il capriolo e il mio bambino?

Per l'ultima volta son giunta quaggiù, un'altra volta non torno più."

Allora il re non poté più trattenersi, corse a lei e disse: "Tu non puoi essere che la mia cara sposa." Ella rispose: "Sì, sono la tua cara sposa."

E in quel momento, per grazia divina, tornò a vivere, fresca, rosea e sana. Poi raccontò al re il crimine commesso dalla strega cattiva e da sua figlia. Il re le fece giudicare entrambe, ed esse furono condannate: la figlia fu condotta nel bosco, dove le bestie feroci la sbranarono non appena la videro; la strega fu invece gettata nel fuoco e dovette bruciare miseramente. E quando fu ridotta in cenere, il piccolo capriolo si trasformò e riacquistò il suo aspetto umano; e sorellina e fratellino vissero felici insieme fino alla morte.

 

 

 

 

"Tu non puoi essere che la mia cara sposa." Ella rispose: "Sì, sono la tua cara sposa."

E in quel momento, per grazia divina, tornò a vivere, fresca, rosea e sana…

 

 

 

Fratelli Grimm

Vuoi segnalarci o inviarci un racconto, una fiaba o una filastrocca?

Associazione La Stanza Blu

Via Borgovico, 177 | 22100 Como

Tel: +39 391 1771414

Orario chiamate: dalle 19:00 alle 20:00

info@lastanzablu.com

pec@pec.lastanzablu.com

RICEVE SU APPUNTAMENTO

Come raggiungere l'Associazione

Ferrovie dello Stato, fermata Como San Giovanni
Ferrovie Nord, fermata Como Lago