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Racconti, Fiabe e Filastrocche

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RACCONTI E FIABE

LA LEGGENDA DEI GIORNI DELLA MERLA

Dovete sapere che i merli, un tempo, avevano delle bellissime piume bianche e soffici. Durante il gelido inverno, raccoglievano nei loro nidi le provviste per sopravvivere al gelo, in modo da potersi rintanare al calduccio per tutto il mese di gennaio. Sarebbero usciti solo quando il sole fosse stato un poco più caldo e i primi ciuffi d’erba avessero fatto capolino tra i cumuli di neve.
Così, aspettarono fino al 28 di gennaio, poi uscirono. Le merle cominciarono a festeggiare, sbeffeggiando l’Inverno: anche quell’anno ce l’avevano fatta; il gelo, ai merli, non faceva più paura!
Tutta questa allegria, però, fece infuriare l’inverno, che decise di dare una lezione a quegli uccelli troppo canterini: sulla terra calò un vento gelido, che ghiacciò la terra e i germogli insieme ad essa. Perfino i nidi dei merli furono spazzati via dal vento e dalla tormenta.
I merli, per sopravvivere al freddo, furono costretti a rintanarsi nei camini delle case. Lì, il calduccio li riscaldò e permise loro di resistere a quelle giornate.
Solo a febbraio la tormenta si placò e i merli poterono riprendere il volo. La fuliggine dei camini, però, aveva annerito per sempre le loro piume bianche: fu così che i merli divennero neri, come li possiamo vedere oggi.

 

 

 

 

 

“La fuliggine dei camini, però, aveva annerito per sempre le loro piume bianche”

 

 

 

Leggenda Popolare

Filastrocca: La canzone della cicogna

Alla casa grigia la cicogna un giorno andò
e dei bimbi svegli piano piano via portò.
Li portò lontan lassù                                
donde i bambini non tornan più.                            
Dormi, dunque, dormi bebè
se vuoi restar con me.
 
La ninna nanna della cicogna
piccolo amore ti canterò;
dei vivi raggi di buona luna
se non ti desti ti coprirò.
 
Alla casa grigia la cicogna ritornò
e dei bimbi svegli da rapire ancor cercò,
ma i bambini ognor lo san
e ad occhi chiusi l’aspetteran.
Dormi, dunque, dormi bebè
se vuoi restar con me.

Rosanna

IL NATALE DI MARTIN

In una certa città viveva un ciabattino, di nome Martin Avdeic. Lavorava in una stanzetta in un seminterrato, con una finestra che guardava sulla strada. Da questa poteva vedere soltanto i piedi delle persone che passavano, ma ne riconosceva molte dalle scarpe, che aveva riparato lui stesso. Aveva sempre molto da fare, perché lavorava bene, usava materiali di buona qualità e per di più non si faceva pagare troppo.
Anni prima, gli erano morti la moglie e i figli e Martin si era disperato al punto di rimproverare Dio. Poi un giorno, un vecchio del suo villaggio natale, che era diventato un pellegrino e aveva fama di santo, andò a trovarlo. E Martin gli aprì il suo cuore.
- Non ho più desiderio di vivere - gli confessò. - Non ho più speranza.
Il vegliardo rispose: « La tua disperazione è dovuta al fatto che vuoi vivere solo per la tua felicità. Leggi il Vangelo e saprai come il Signore vorrebbe che tu vivessi.
Martin si comprò una Bibbia. In un primo tempo aveva deciso di leggerla soltanto nei giorni di festa ma, una volta cominciata la lettura, se ne sentì talmente rincuorato che la lesse ogni giorno.
E cosi accadde che una sera, nel Vangelo di Luca, Martin arrivò al brano in cui un ricco fariseo invitò il Signore in casa sua. Una donna, che pure era una peccatrice, venne a ungere i piedi del Signore e a lavarli con le sue lacrime. Il Signore disse al fariseo: «Vedi questa donna? Sono entrato nella tua casa e non mi hai dato acqua per i piedi. Questa invece con le lacrime ha lavato i miei piedi e con i suoi capelli li ha asciugati... Non hai unto con olio il mio capo, questa invece, con unguento profumato ha unto i miei piedi.
Martin rifletté. Doveva essere come me quel fariseo. Se il Signore venisse da me, dovrei comportarmi cosi? Poi posò il capo sulle braccia e si addormentò.
All'improvviso udì una voce e si svegliò di soprassalto. Non c'era nessuno. Ma senti distintamente queste parole: - Martin! Guarda fuori in strada domani, perché io verrò.
L'indomani mattina Martin si alzò prima dell'alba, accese il fuoco e preparò la zuppa di cavoli e la farinata di avena. Poi si mise il grembiule e si sedette a lavorare accanto alla finestra. Ma ripensava alla voce udita la notte precedente e così, più che lavorare, continuava a guardare in strada. Ogni volta che vedeva passare qualcuno con scarpe che non conosceva, sollevava lo sguardo per vedergli il viso. Passò un facchino, poi un acquaiolo. E poi un vecchio di nome Stepanic, che lavorava per un commerciante del quartiere, cominciò a spalare la neve davanti alla finestra di Martin che lo vide e continuò il suo lavoro.
Dopo aver dato una dozzina di punti, guardò fuori di nuovo. Stepanic aveva appoggiato la pala al muro e stava o riposando o tentando di riscaldarsi. Martin usci sulla soglia e gli fece un cenno. - Entra· disse - vieni a scaldarti. Devi avere un gran freddo.
- Che Dio ti benedica!-  rispose Stepanic. Entrò, scuotendosi di dosso la neve e si strofinò ben bene le scarpe al punto che barcollò e per poco non cadde.
- Non è niente - gli disse Martin. - Siediti e prendi un po' di tè.
Riempi due boccali e ne porse uno all'ospite. Stepanic bevve d'un fiato. Era chiaro che ne avrebbe gradito un altro po'. Martin gli riempi di nuovo il bicchiere. Mentre bevevano, Martin continuava a guardar fuori della finestra.
- Stai aspettando qualcuno? - gli chiese il visitatore.
- Ieri sera-  rispose Martin - stavo leggendo di quando Cristo andò in casa di un fariseo che non lo accolse coi dovuti onori. Supponi che mi succeda qualcosa di simile. Cosa non farei per accoglierlo! Poi, mentre sonnecchiavo, ho udito qualcuno mormorare: "Guarda in strada domani, perché io verrò".
Mentre Stepanic ascoltava, le lacrime gli rigavano le guance. - Grazie, Martin Avdeic. Mi hai dato conforto per l'anima e per il corpo.
Stepanic se ne andò e Martin si sedette a cucire uno stivale. Mentre guardava fuori della finestra, una donna con scarpe da contadina passò di lì e si fermò accanto al muro. Martin vide che era vestita miseramente e aveva un bambino fra le braccia. Volgendo la schiena al vento, tentava di riparare il piccolo coi propri indumenti, pur avendo indosso solo una logora veste estiva. Martin uscì e la invitò a entrare. Una volta in casa, le offrì un po' di pane e della zuppa. - Mangia, mia cara, e riscaldati -  le disse.
Mangiando, la donna gli disse chi era: -  Sono la moglie di un soldato. Hanno mandato mio marito lontano otto mesi fa e non ne ho saputo più nulla. Non sono riuscita a trovare lavoro e ho dovuto vendere tutto quel che avevo per mangiare. Ieri ho portato al monte dei pegni il mio ultimo scialle.
Martin andò a prendere un vecchio mantello. - Ecco - disse. -  È un po' liso ma basterà per avvolgere il piccolo.
La donna, prendendolo, scoppiò in lacrime. - Che il Signore ti benedica.
-  Prendi - disse Martin porgendole del denaro per disimpegnare lo scialle. Poi l’accompagnò alla porta.
Martin tornò a sedersi e a lavorare. Ogni volta che un'ombra cadeva sulla finestra, sollevava lo sguardo per vedere chi passava. Dopo un po', vide una donna che vendeva mete da un paniere. Sulla schiena portava un sacco pesante che voleva spostare da una spalla all'altra. Mentre posava il paniere su un paracarro, un ragazzo con un berretto sdrucito passò di corsa, prese una mela e cercò di svignarsela. Ma la vecchia lo afferrò per i capelli. Il ragazzo si mise a strillare e la donna a sgridarlo aspramente.
Martin corse fuori. La donna minacciava di portare il ragazzo alla polizia. - Lascialo andare, nonnina - disse Martin. - Perdonalo, per amor di Cristo.
La vecchia lasciò il ragazzo. - Chiedi perdono alla nonnina - gli ingiunse allora Martin.
Il ragazzo si mise a piangere e a scusarsi. Martin prese una mela dal paniere e la diede al ragazzo dicendo: - Te la pagherò io, nonnina.
- Questo mascalzoncello meriterebbe di essere frustato - disse la vecchia.
- Oh, nonnina - fece Martin - se lui dovesse essere frustato per aver rubato una mela, cosa si dovrebbe fare a noi per tutti i nostri peccati? Dio ci comanda di perdonare, altrimenti non saremo perdonati. E dobbiamo perdonare soprattutto a un giovane sconsiderato.
- Sarà anche vero - disse la vecchia - ma stanno diventando terribilmente viziati.
Mentre stava per rimettersi il sacco sulla schiena, il ragazzo sì fece avanti. - Lascia che te lo porti io, nonna. Faccio la tua stessa strada.
La donna allora mise il sacco sulle spalle del ragazzo e si allontanarono insieme.
Martin tornò a lavorare. Ma si era fatto buio e non riusciva più a infilare l'ago nei buchi del cuoio. Raccolse i suoi arnesi, spazzò via i ritagli di pelle dal pavimento e posò una lampada sul tavolo. Poi prese la Bibbia dallo scaffale.
Voleva aprire il libro alla pagina che aveva segnato, ma si apri invece in un altro punto. Poi, udendo dei passi, Martin si voltò. Una voce gli sussurrò all'orecchio: - Martin, non mi riconosci?
- Chi sei? - chiese Martin.
- Sono io - disse la voce. E da un angolo buio della stanza uscì Stepanic, che sorrise e poi svanì come una nuvola.
- Sono io - disse di nuovo la voce. E apparve la donna col bambino in braccio. Sorrise. Anche il piccolo rise. Poi scomparvero.
- Sono io - ancora una volta la voce. La vecchia e il ragazzo con la mela apparvero a loro volta, sorrisero e poi svanirono.
Martin si sentiva leggero e felice. Prese a leggere il Vangelo là dove si era aperto il libro. In cima alla pagina lesse: Ebbi fame e mi deste da mangiare, ebbi sete e mi dissetaste, fui forestiero e mi accoglieste. In fondo alla pagina lesse: Quanto avete fatto a uno dei più piccoli dei miei fratelli, l’avete fatto a me.
Così Martin comprese che il Salvatore era davvero venuto da lui quel giorno e che lui aveva saputo accoglierlo.

 

 

 

 

 

“All'improvviso Martin udì una voce e si svegliò di soprassalto. Non c'era nessuno. Ma senti distintamente queste parole:

- Martin! Guarda fuori in strada domani, perché io verrò

 

 

 

L. Tolstoj

Ansa del fiume mir, bosco verde verde

C’era una volta una cicogna che, come ogni cicogna che si rispetti, di lavoro faceva il “portatore di bambini”. Oramai era alla fine di una lunga e onorata carriera e quel giorno avrebbe consegnato il suo ultimo “pacco”. Era emozionato più del solito, da una parte contento di potersi finalmente godere il meritato riposo, dall’altra dispiaciuto di non poter più partecipare a quell’attimo meraviglioso in cui il piccolo esserino che teneva nel becco incontrava colei al quale era destinato: in quel momento assisteva ad un evento di una potenza ed intensità che non si poteva descrivere a parole!

Andò dunque col cuore che gli batteva forte nel petto davanti al “capo postino” che gli consegnò il fagottino e l’indirizzo dicendogli: “Caro Omar, mi raccomando, non sbagliare proprio quest’ultima volta, ne va del tuo onore!” Gli sembrò strano che il suo superiore gli dicesse una frase del genere: perché avrebbe dovuto sbagliare? Non gli era mai capitato in vita sua! Un po’ infastidito guardò l’indirizzo e…. rimase a becco aperto! Dove mai poteva trovarsi quel posto? Sul biglietto infatti c’era scritto: “Ansa del fiume Mir, bosco Verde verde.” Rigirò il biglietto tra le zampe, lo voltò per vedere se dietro fosse scritta qualche altra indicazione, cercò di chiedere chiarimenti al “capo postino”, ma non lo vide più. Accidenti, l’ultima consegna si prospettava davvero difficile! Contro ogni regola guardò nel piccolo pezzo di stoffa azzurra; dentro c’era un minuscolo bambino che lo guardò sorridendo, spalancando dei bellissimi occhi blu. Sembrava gli dicesse: “Presto, non vedo l’ora di essere tra le braccia della mia mamma!” Senza più indugiare afferrò i quattro lembi del fagotto, lesse per l’ultima volta il biglietto e si tuffò nell’immensità del cielo.

Volò senza fermarsi per tutto il giorno e la notte finchè, chiedendo indicazioni a rondini, merli e perfino ad un’aquila, al mattino presto finalmente raggiunse quello che il mondo degli uccelli chiamava il fiume Mir. A quel punto era davvero stanco, ma aveva negli occhi lo sguardo di quel piccolo bambino che voleva incontrare la sua mamma: non l’avrebbe fatto attendere più del necessario! Sorvolò perciò il fiume, alla ricerca dell’ansa dove avrebbe dovuto consegnare il suo fagotto.

Finalmente trovò il posto indicato dal biglietto, il fiume che faceva una grossa curva ed un bosco di pini di un bel verde intenso, ma….. non c’era nulla, o meglio, non c’era una casa, come tutte quelle in cui era arrivato negli anni precedenti, c’era…cos’era quella? Una costruzione di paglia e fango, con vicino una donna magra e un uomo ingobbito dalla fatica. Non era possibile, quel bambino meraviglioso si meritava un posto molto più bello! Lì avrebbe sicuramente avuto freddo di notte, con il vento che poteva entrare da quei muri sottili, avrebbe avuto paura del buio, in mezzo a quegli alberi neri, si sarebbe spaventato per i mille rumori del bosco…

Mentre volava perplesso, nell’aria fresca del mattino, immerso in questi pensieri, sentì una voce di donna che gridava a gran voce: “Vieni qui! Vieni qui!” Guardò giù e vide una signora elegante che gli faceva segno di scendere. Era vicina ad una magnifica casa in riva al fiume, con un grande prato davanti ed un gruppo di alberi che delimitavano il terreno. Pensò che forse era quello il posto giusto per il bel bambino che teneva nel becco, che lì senz’altro si sarebbe trovato bene, che in fondo il fiume e gli  alberi c’erano… fece tacere i dubbi che gli frullavano nel cervello e scese verso la ricca signora. La donna, quando fu abbastanza vicino, gli strappò dal becco il fagotto, non aspettando nemmeno che glielo consegnasse come era nelle regole,  e, senza neanche ringraziare, se ne scappò in casa.

Nell’attimo stesso in cui il bambino fu tra quelle braccia, cominciò a piangere disperatamente. Omar allora si appollaiò sul camino della casa, sperando con tutto il cuore di sentire le note di una ninna nanna che potessero consolare quel pianto disperato. Ma udì solo strilli e brutte parole, mentre si immaginava quegli occhi blu diventare un mare in tempesta in cui il bambino rischiava di affogare.

Rimase lì per tutto il giorno e la notte dicendo tra sé e sé: “Adesso smetterà, adesso non piangerà più….”, ma quello strazio continuò a spezzargli il cuore. Allora volò sconsolato vicino alla piccola capanna, si appollaiò sul ramo di un pino sopra il povero tetto e si mise ad osservare quella piccola donna che, quando lo vide, lo guardò con aria triste.

Arrivata la sera però i timori di Omar si rivelarono giusti: i poveretti non avevano legna per scaldarsi con il fuoco, non avevano luce per illuminare la notte, non avevano voce per addolcire i rumori spaventosi del bosco. La cicogna però si ricordò le parole del capo-postino: “Mi raccomando, non sbagliare, ne va del tuo onore.” e si accorse  di aver davvero sbagliato a lasciare quel bambino, il suo ultimo bambino, a quella donna senza cuore. Decise perciò di correre ai ripari. Volò in mezzo al bosco e chiamò a raccolta tutti gli animali, che arrivarono un po’ brontolando perché erano stati svegliati nel cuore della notte. Ma si sa, quando c’è un’emergenza, non ci si può tirare indietro. Omar prospettò la situazione e subito gli animali si misero all’opera.

Poi la cicogna volò alla casa della donna e trovò il bambino solo sul balcone, lasciato lì probabilmente perché il suo pianto non voleva più essere ascoltato. Omar lo avvolse nel lenzuolo, prese i lembi nel becco e si alzò nel cielo. Nella casa nessuno si accorse di nulla o protestò. Si diresse velocemente verso la capanna e, sebbene fosse notte fonda, vide che la piccola donna lo stava aspettando sulla porta. Quando lo scorse avvicinarsi, lo guardò e questa volta gli sorrise timidamente. Omar le posò con delicatezza il piccolo nelle sue  braccia tese e lei sussurrò un grazie pieno di speranza. Appena il bimbo si trovò in quell’abbraccio smise di piangere e la cicogna riuscì a intravvedere, per un attimo, quei bellissimi occhi colore del cielo finalmente asciutti.

La donna entrò nella sua povera capanna e…. non poteva credere ai suoi occhi:  un enorme orso bruno li accolse tra le sue zampe scaldandoli con il suo morbido pelo, migliaia di lucciole brillavano nel buio della notte rischiarandola con il loro splendore,  piccoli usignoli cinguettavano ninne nanne deliziose! L’uomo si avvicinò alla moglie e l’abbracciò stretta, mentre lei abbracciava il loro piccolo bambino. Omar, arrivato  con onore alla fine della sua lunga carriera, decise di trasferirsi all’Ansa del fiume Mir, bosco verde verde, per passare in pace la sua vecchiaia.

 

 

 

 

“Appena il bimbo si trovò in quell’abbraccio smise di piangere e la cicogna riuscì a intravvedere, per un attimo, quei bellissimi occhi colore del cielo finalmente asciutti.”

 

 

Maria Petitti

La regina delle nevi

Tanto, tanto tempo fa, c'erano un bambino chiamato Kai e una bambina chiamata Gerda.

Vivevano porta a porta e si volevano molto bene.

Fra le due case c'era un giardino nel quale i due ragazzi giocavano tutta l'estate tra i fiori. Il fiore preferito di Gerda era la rosa e lei aveva perfino inventato una poesia dedicata a Kai:
«Le rose non perdono il profumo mai e amici per sempre saran Gerda e Kai.» Durante l'inverno, sedevano accanto alla stufa ad ascoltare le storie che la nonna di Kai narrava sulla perfida Regina delle Nevi:

«Vola nella grandine e ricopre i campi di neve. Paralizza i fiori con la brina e ghiaccia i fiumi. Il suo cuore è di ghiaccio e vorrebbe che anche quello degli altri fosse come il suo.»
Una sera, mentre la nonna parlava, il vento fischiava intorno alla casa e una finestra si spalancò. Una folata di grandine colpì Kai al viso e una scheggia di ghiaccio gli entrò in un occhio e gli arrivò fino al cuore.

Lì per lì Kai dette un grido di dolore. Ma pochi momenti dopo stava ridendo di nuovo. E Gerda non ci pensò più.

Il giorno dopo, Kai stava andando a giocare nella piazza del paese con gli altri ragazzi.
«Posso venire anch'io?» gli chiese Gerda. Ma Kai si rivoltò con uno scatto: «No davvero. Sei solo una ragazzina stupida.»

Gerda rimase molto ferita da queste parole. Ma come poteva sapere che la scheggia penetrata nel cuore di Kai glielo aveva reso di ghiaccio?

Uno dei giochi favoriti dai ragazzi era quello di legare gli slittini ai carri dei contadini e farsi così trascinare sulla neve. Ma quel giorno, sulla piazza, c'era una grossa slitta bianca, col conducente avvolto in una bianca pelliccia.

«Questo è meglio del carro dei contadini», pensò Kai e legò il suo slittino alla parte posteriore della slitta bianca.

La slitta si mosse, sempre più veloce finché Kai cominciò a spaventarsi. Voleva slegarla, ma non poteva sciogliere il nodo. Correvano sempre più lontano, oltre i confini del paese, volando nel vento.

«Aiuto! Aiuto!» gridava Kai, ma nessuno lo sentiva. Filarono via per ore, poi all'improvviso la slitta si fermò e il conducente si alzò in piedi. Era una donna alta e sottile vestita tutta di neve. Kai la riconobbe subito. Era la Regina delle Nevi! Mise Kai sulla slitta vicino a lei e lo avviluppò nel suo mantello. «Tu hai freddo», disse e lo baciò in fronte.

Il suo bacio era come il ghiaccio, ma lui non sentì più freddo.

La guardava e pensava che nessuna al mondo fosse più bella della Regina delle Nevi.
Infatti era stata proprio lei a mandare il vento che aveva fatto entrare il ghiacciolo nel cuore di Kai, che ora era un blocco di ghiaccio. Kai aveva già dimenticato Gerda, la nonna e la sua casa. Gerda pianse amaramente quando Kai non tornò a casa. Tutti dicevano che era

sicuramente morto, sepolto chissà dove nella neve.

Gerda aspettò tutto l'inverno, ma Kai non tornò. Alla fine, arrivò la primavera e Gerda ricevette in dono un paio di scarpette rosse. Se le mise e andò fino al grande fiume.
«Avete visto il mio amico Kai?» chiese alle onde. «Vi darò le mie scarpette rosse se mi dite dov'è.» 

Le onde annuirono con le loro creste spumeggianti. Essa allora montò su una piccola barca attraccata fra le canne, e lanciò le scarpe nell'acqua, più lontano che poté.

In quel mentre, la barca si allontanò dalla riva e cominciò a correre lungo il fiume. Gerda aveva paura, ma non osava saltar giù.

«Forse la barca mi porterà da Kai», pensò.

La barca trascinò Gerda giù lungo il fiume, fino a una casetta dal tetto di paglia circondata da un giardino di ciliegi.

Una strana vecchia signora, con un gran cappello in testa, uscì dalla casetta e con il suo lungo bastone ricurvo agganciò la barchetta e la tirò in secco.

«Povera bambina», disse a Gerda.

«Come mai stavi navigando tutta sola per il mondo?»

Gerda raccontò la sua storia alla vecchia signora e le chiese se per caso avesse visto Kai.
«Ancora non l'ho visto, cara, ma sono sicura che verrà molto presto.» La portò in casa e le offrì delle ciliege. E mentre Gerda mangiava, la vecchia signora le pettinava i capelli.
Ora, dovete sapere che in verità la vecchia signora era una maga, che si sentiva molto sola, e perciò desiderava tenere Gerda con sé. E con il suo pettine magico aveva cancellato tutti i suoi ricordi, perfino quello di Kai!

I giorni passavano e Gerda giocava nel giardino dei ciliegi. Ma, una mattina di sole, mentre girellava tra i fiori del giardino, vide un cespuglio pieno di boccioli di rose. Gerda baciò le rose con trasporto e si ricordò immediatamente di Kai.

«Sono rimasta qui troppo a lungo!» gridò e la sua voce disturbò una grossa cornacchia nera che gracchiò:

«Che succede ragazzina?»

«Devo trovare il mio amico Kai. L'hai forse visto?»

«Un ragazzo è passato di qui la settimana scorsa. Ha fatto innamorare di sé una principessa e ora è principe anche lui. Vivono in un bel palazzo non lontano da qui.»

«Oh, sarei proprio felice per Kai se fosse diventato un principe», rise Gerda. «Puoi mostrarmi la strada per raggiungerlo?»

E la cornacchia accompagnò Gerda fino al palazzo. Poi si appollaiò sulla sua spalla e insieme salirono su una lunga scala buia e arrivarono nella camera del principe.
Gerda guardò il principe addormentato e scoppiò in lacrime: «Ma non è Kai! Dovrò continuare a cercarlo e sono così stanca!»

Il suo pianto svegliò il giovane principe e la principessa che si stupirono moltissimo alla vista di una fanciulla in lacrime ai piedi del loro letto e con una cornacchia sulla spalla, per di più.

Ma ascoltata la sua storia furono molto comprensivi.

«Ti darò il mio vestito più bello per rallegrarti» disse la principessa.

«E io ti darò il mio cocchio d'oro» disse il principe, «così potrai viaggiare più velocemente e trovare al più presto il tuo amico.»

Con la carrozza del principe, Gerda si avventurò in una cupa foresta, ma la vettura dorata riluceva troppo fra gli alberi e dei banditi la videro.

«È oro, oro!» gridavano, e al primo crocicchio la circondarono.

Tirarono giù Gerda dalla carrozza e la portarono nel loro covo. Sulla soglia c'era una bambina dagli occhi neri che era la figlia del capo dei banditi.

Quando si resero conto che Gerda non era una ricca principessa e che non c'era niente da rubarle, decisero di ucciderla. 

«Oh no, non lo fate!» gridò la figlia del bandito. «Giocherà con me e io potrò indossare i suoi bei vestiti!»

Il capo dei banditi si accigliò. «Va bene, ma la terrò sotto chiave perché non scappi e non denunci il nostro nascondiglio.»

Quella sera Gerda raccontò alla sua nuova amica la storia di Kai. Mentre parlava, le colombe che stavano appollaiate sulle travi e una vecchia renna, sentirono tutto.
Dopo un po' una delle colombe disse: «Cuu, cuu, noi abbiamo visto il piccolo Kai. Era sulla slitta della Regina delle Nevi e andava verso la Lapponia.»

«È vero», disse la renna. «Io ci sono nata in Lapponia, dove tutto scintilla di neve e dighiaccio e la Regina ha il suo palazzo estivo.»

«Devo andarci subito!» esclamò Gerda. «Ora capisco perché Kai è stato così duro quel giorno. Il suo cuore era già di ghiaccio.»

I ladroni dormivano; la figlia del capo scivolò furtivamente vicino al padre che russava e gli rubò la chiave della porta.

«Porta Gerda in Lapponia» disse alla renna «E aiutala a ritrovare Kai.»

La renna era felicissima di tornare a casa sua e corse via per brughiere e paludi. Viaggiarono per diversi giorni e infine arrivarono nella gelida Lapponia. Faceva un freddo terribile e dappertutto c'era ghiaccio e neve.

«Guarda laggiù!» gridò Gerda. In lontananza, il palazzo estivo della Regina delle Nevi scintillava come una montagna di diamanti.

Intanto, nel Palazzo, la Regina aveva fatto di Kai il suo schiavo. Era una donna fredda e dispettosa e lo costringeva a lucidare continuamente i grandi pavimenti gelati.
Kai avrebbe pianto, se il suo cuore non fosse stato di ghiaccio. Poi un giorno la Regina delle Nevi dette a Kai dei ghiaccioli e gli disse:

«Se con questi riesci a formare la parola ETERNITÀ, può anche darsi che ti lasci libero.» Poi volò via. Kai venne lasciato solo con i ghiaccioli. Le sue mani erano livide dal gelo ma lui non sentiva freddo. Stava ancora tentando di formare la parola ETERNITÀ quando Gerda trovò la strada che conduceva al palazzo e alla grande sala ghiacciata.

«Kai» gridò. «Finalmente ti ho trovato!» E gli gettò le braccia al collo. Ma Kai rimase impassibile.

«Chi sei? Che ci fai qui? Vattene e non mi toccare.»

Gerda non gli diede retta. Malgrado gli sguardi ostili continuò a stringerlo a sé e pianse lacrime di gioia.

E mentre piangeva, le sue lacrime calde caddero negli occhi di Kai...

e sciolsero il ghiaccio del suo cuore.

Kai si ricordò subito di lei. «Gerda! Sei tu!» e finalmente rideva.

Si abbracciarono e si baciarono e danzarono di gioia. Anche i pezzettini di ghiaccio danzavano e composero da soli la parola ETERNITÀ sul pavimento.

«Ora sono libero!» gridò Kai. «La Regina delle Nevi non ha più potere su di me. Il mio cuore è di nuovo mio!». Gerda guidò Kai dove la renna stava aspettando. Sulla sua groppa fecero il viaggio di ritorno e quando arrivarono a casa era di nuovo estate.

E le rose del giardino erano in piena fioritura.

 

 

 

 

“Malgrado gli sguardi ostili continuò a stringerlo a sé e pianse lacrime di gioia.

E mentre piangeva, le sue lacrime calde caddero negli occhi di Kai...

e sciolsero il ghiaccio del suo cuore.”

 

 

 

H.C. Handersen

La reginotta

C'era una volta un Re e una Regina che avevano una figliuola più bella della luna e del sole.
Un giorno, dopo il pranzo, il Re disse alla Regina:

- Maestà, guardate qui, tra i capelli. Sento qualche cosa che mi morde.

La Regina osservò, scostando i capelli colle dita, e trovò un pidocchio che era uno stupore. Stava per schiacciarlo.

- No - disse il Re. - Proviamo d'allevarlo.

E misero il pidocchio in uno scatolino piccino piccino.

Gli davan da mangiare ogni giorno, e quello cresceva e ingrassava. Presto dovettero levarlo via di lì perché non ci capiva più, così grosso s'era fatto. Il Re, curioso di vedere fin dove sarebbe arrivato, lo trattava bene, e insieme alla Regina, andava tutti i giorni ad osservarlo in quella stanza del palazzo reale dove lo tenevano nascosto. Il pidocchio cresceva, cresceva. Furon costretti a levarlo via anche da quell'altro scatolino; era più grosso d'un pugno: si stentava a riconoscere che fosse un pidocchio. Insomma, cresci, cresci, diventò quanto una gallina e poteva appena muoversi, dalla gran ciccia che aveva addosso.
Allora il Re lo ammazzò, lo scorticò e ne conciò la pelle. E fece un bando:
- Chi indovina che pelle di animale sia questa, avrà la Reginotta mia figliuola in sposa. Chi non sa indovinarlo, gli si taglia la testa.

La Reginotta era angustiata.

- Che marito le sarebbe toccato in sorte?

E piangeva. Ma il Re voleva così e bisognava ubbidire!

Accorsero parecchie persone da tutti i punti del regno. Chi disse la pelle essere d'un animale, chi d'un altro; ed ebbero, senza misericordia, tagliate le teste.

Si provarono altri. L'idea di sposar la Reginotta era una gran tentazione, e pareva cosa facile il conoscere una pelle d'animale. Però, quand'erano lì, rimanevano. E il Re, senza misericordia, gli faceva tagliare le teste.

Finalmente, ecco un bel giovane.

- Peccato! Verrà fatta la festa anche a lui!

Tutti ne aveano compassione vedendolo così giovane e così bello. Perfino il Re gli disse di pensarci due volte prima d'esporsi al cimento. Ma quegli, ostinato, entrava nella sala dov'era esposta la pelle.

- È pelle di pidocchio!

- Bravo! - gli disse il Re. - Tu sposerai la Reginotta.

L'abbracciò, lo ritenne a pranzo e ordinò feste per tutto il regno.

La Reginotta era contenta. Lo sposo, giovane e bello, pareva anche d'alto lignaggio.

- Chi sei? - gli domandò il Re a tavola.

- Son carne battezzata e ho sangue reale nelle vene.

- E dov'è il tuo paese?

- Il mio paese? È lontano, lontano. Per andarvi ci si mette un anno, un mese e un giorno, e

chi ci arriva non fa più ritorno.

La Reginotta sgomentossi.

Il Re e la Regina piangevano, pensando che la loro figliuola doveva vivere in quel paese lontano, lontano, che per andarvi ci si metteva un anno, un mese e un giorno, e chi ci arriva non fa più ritorno. Ma parola di Re non va indietro.

E fatte le nozze, la Reginotta e il bel giovane, con un gran seguito, si misero in viaggio. Centinaia di carri e di cavalli portavano la dote di lei, tutta in gioie e quattrini, e il corredo e i magnifici regali ricevuti dal Re e dalla Regina.

Cammina, cammina, cammina, non arrivavano mai!

- Dov'è il tuo paese?

- Dietro quelle montagne.

Oltrepassaron le montagne e non s'arrivava ancora!

- Dov'è il tuo paese?- Più in là di quelle foreste.

Oltrepassaron le foreste e non s'arrivava ancora!

- Dov'è il tuo paese?

- In fondo a quella pianura. Traversarono la pianura e non si arrivava ancora!
La Reginotta intanto non si dava pace. Pensava al babbo e alla mamma che non avrebbe più riveduti.

Quel paese, così lontano lontano che non ci s'arrivava mai, le metteva un grande sgomento.
- Vuoi tu fare in fretta? - le disse lo sposo.

- Sì.

- Ti prenderò in collo e vedrai.

E la Reginotta lo lasciò fare. E non gli si è attaccata al collo colle braccia, che il bel giovane si trasforma in un Orco, alto, grosso, peloso, dagli occhi di brace, con certe zanne e certe granfie!...
- Ah, Vergine santa! Ah, mamma mia!

La Reginotta avea chiuso gli occhi, si sentiva come portar via da un vento furioso.
L'Orco, nella sua corsa, faceva rintronar le vallate e le montagne:

- Auhiii! Auhiii!

Pareva un terremoto dovunque passasse, pareva un tempesta.

Quando la Reginotta aperse gli occhi, capì che era già arrivata nel castello dell'Orco suo sposo.

Si sentì stringere il cuore.

Il castello era tutto circondato da mura così alte che si vedeva a mala pena un po' di cielo. Stanzoni freddi e bui; catenacci dappertutto; dappertutto ceffi di guardie che avrebbero messo spavento anche al più coraggioso del mondo.

- Che fare? Bisognava rassegnarsi!

L'Orco le usava grandi riguardi. La mattina andava via per la caccia e tornava la sera carico di preda. La Reginotta riconosceva quell'alito a dieci miglia di distanza. La preda consisteva sempre in poveri cristiani, parte uccisi, parte vivi, che l'Orco poi divorava mezzo crudi, uno a colazione, uno a pranzo, uno a cena. Per la Reginotta invece portava pietanze squisite, pasticcini, torte, dolciumi di ogni sorta.

- Mangia! Hai paura?

- No.

- Mangia dunque!

- Non ho appetito.

-Mangia!!...

E bisognava mangiare, perché l'Orco s'offendeva del rifiuto e digrignava i denti.

- Bevi! Hai paura?

- No.

- Bevi dunque!

- Non ho sete.

- Bevi!!...

E bisognava bere, perché l'Orco s'offendeva del rifiuto e digrignava i denti.

Ma torniamo al Re e alla Regina.

Un giorno, dopo che il vincitore e la Reginotta eran partiti, arrivò un giovinetto: voleva, anche lui, tentar la prova della pelle.

- Troppo tardi, bel giovinetto! La prova fu vinta.

- E da chi, Sacra Maestà?

- Da uno che abita un paese così lontano, che per andarci ci si mette un anno, un mese eun giorno, e chi ci arriva non fa più ritorno.

- È un Orco! Ahimè, la Reginotta è alle mani d'un Orco!

Figuriamoci il dolore del Re, della Regina e di tutta la corte a questa brutta notizia!

Il giovinetto andò via lamentandosi che la sua cattiva sorte lo avesse fatto arrivare troppo tardi. Era innamorato della Reginotta soltanto perché gli avevano detto che era più bella della luna e del sole; ed ora, pensando che lei si trovava alle mani di quella bestiaccia, provava un dolore di morte.

E camminava, senza saper dove andasse: i suoi occhi parevano due fontane.
Giunto in una pianura, stanco del cammino fatto, si sedette sopra un sasso, continuando a rammaricarsi.
Passava una vecchia con un fastello di legna sulle spalle.

- Che hai bel giovinetto?

- Che volete che abbia, vecchiarella mia?

E narrò il tristo caso della Reginotta e dell'Orco.

La vecchia non rispose nulla e riprese il cammino col suo fastello sulle spalle.

- Voi siete stanca, povera donna - disse il giovinetto. - Date a me cotesto fastello. Faremo strada insieme.

- Grazie, figliuolo!

Il giovinetto si caricò il fastello e riprese la via insieme alla vecchia. Quel fastello era pesante.

- Nonna, la vostra abitazione è molto lontana di qui?

- Un albero che balla e un uccellin che parla; appena gli avremo incontrati e saremo giunti a casa mia.

Il fastello aumentava di peso. Il giovinetto stentava a reggerlo, sudava, ansava. E intanto il sole era tramontato; faceva già scuro.

- Nonna, la vostra abitazione è molto lontana di qui?

- Un albero che balla e un uccellin che parla; appena gli avremo incontrati e saremo giunti a casa mia.

Era notte; ci si vedeva poco. Ed ecco pel prato un albero che andava saltelloni e pareva ballasse, come se fosse stato una persona viva.

- Hai fatto buona guardia, ora basta - gli disse la vecchia.

E l'albero cessò di saltellare. Il giovinetto si era fermato, stupito.

- Avanti, figliuolo; c'è ancora qualche tratto.

Intanto il fastello aumentava di peso.

Il giovinetto non ne poteva più!

Stava per maledire l'ora e il punto che lui avea fatto quella carità a quella vecchia, quand'ecco uno sbattere di ali.

Era l'uccellino che parlava.

- Bene arrivata la mammina mia! Bene arrivato chi viene con lei!

Il giovinetto, dalla paura, cominciò a tremare.

- Siamo giunti - disse la vecchia.

Ed entrarono in casa.

Quello si tolse di spalla il fastello, ch'era ridiventato leggiero, e lo posò accanto al focolare.
Allora la vecchia prendeva due ramicelli di legna, accendeva il fuoco, preparava la minestra;

poi stendeva la tovaglia e metteva i piatti sulla tavola.

E quando tutto fu pronto:

- Cricrì, cricrì, cricrì!

L'uccellino diventava una bella ragazza.

Si misero a mangiare.

Il giovinetto aveva ribrezzo di toccar le pietanze; temeva non fossero incantate.
- Dove vai, giovinetto, così sperso pel mondo? Se tu volessi fermarti qui, ti darei le mie ricchezze e questa bella figliuola in sposa

- Ah, nonna mia, lasciatemi andare! Cerco la Reginotta del mio cuore e vo' trovarla, ad ogni costo. Se non la troverò monaco mi farò.

- Poverino! Ma tu non sai la via del paese dell'Orco. È lontano, lontano! Per andarvi ci si mette un anno, un mese e un giorno, e chi ci arriva non fa più ritorno!
- Che importa? La mia vita è della Reginotta; se morrò per lei, tanto meglio! Datemi un cantuccio per dormire, e domani svegliatemi all'alba; vo' mettermi in cammino.

La vecchia lo condusse in una cameretta così bella da star bene anche in una reggia. Ma il giovinetto non poteva dormire. Pensava alla sua Reginotta e a quell'Orco, si svoltava di qua e di là fra le lenzuola e sospirava.

- Cricrì, cricrì, cricrì!

Entrava in camera l'uccellino e subito diventava una bella ragazza, quella di poco prima.

- Perché non dormi, giovinetto? Perché sospiri?

- Penso alla Reginotta del mio cuore e non posso chiuder occhio.

- Prendi me. Sono bella, sono ricca, sono di sangue reale. Dove vorresti trovare una fortuna migliore?
- Ah, ragazza mia, lasciatemi andare! La mia sorte vuol così.

- Cricrì! Cricrì! Cricrì!

La bella ragazza ritornava uccellino.

- Strappa una penna da questa coda, strappa due penne da queste ali. Nei momenti di gran pericolo, prendine una in mano e comanda. Sarai ubbidito.

Il giovinetto esitava:

- Poteva essere un tranello!

Ma quello, di nuovo:

- Strappa una penna da questa coda, strappa due penne da queste ali. Nei momenti di gran pericolo, prendine una in mano e comanda. Sarai ubbidito.

- Allora!... - disse il giovinetto.

E, rassicurato, gli strappò quelle penne dalla coda e dalle ali e se le mise in serbo nelle tasche.
La notte era lunga e lui non poteva conciliar sonno. Pensava alla sua Reginotta e a quell'Orco, si rivoltava di qua e di là fra le lenzuola e sospirava.

Entrò in camera la vecchia.

- Perché non dormi, giovinetto? Perché sospiri?

- Penso alla Reginotta del mio cuore e non posso chiuder occhio.

- Sposa la mia figliuola. È bella, è straricca, è di sangue reale.

- Ah, nonna, lasciatemi andare! La mia sorte vuol così.

- Tu sei un cuore fedele! Prendi questa nocciuola. Nei momenti di gran pericolo schiacciala

fra i denti e comanda. Sarai ubbidito.

All'alba il giovinetto partì.

Cammina, cammina, giorno e notte, arrivava in mezzo a una foresta dove non c'era un segno di strada. Alberi di qua, alberi di là, macchie, siepi, spine. Non poteva più andare né avanti, né indietro.

- Ah!... Questo è il paese dell'Orco! - esclamava ad un tratto.

Provò una grande allegrezza. Prese in mano quella penna della coda dell'uccellin che parlava, e:

- Penna mia, penna mia, presto, aprimi la via!

Il bosco s'aperse. Ed ecco una strada larga, diritta, che non finiva mai. Più lui s'inoltrava e più la strada s'allungava. Il giovinetto avea terminato il pane e l'acqua portati con sé; e lì non c'era acqua, non c'era frutta, nulla! Cominciava già a provare tutti gli strazii della fame. Intanto annottava; una notte senza stelle, buio come in gola; e si sentivano pel bosco gli urli dei lupi affamati...

- Questa volta è finita. I lupi mi divoreranno!

Ma ecco laggiù, in fondo, in fondo, un lumicino che si vedeva e non si vedeva.

Il giovinetto si fece coraggio, raccolse le sue forze e tirò innanzi. Il lumicino restava semprein fondo, che si vedeva e non si vedeva. Finalmente, come Dio volle, il poverino giunse dove

quel lume luccicava dalla fessura d'un uscio, e picchiò.

Non rispose nessuno. Lui tornava a picchiare.

- Aprite, anime cristiane! Ricoveratemi per questa notte!

Ma non riceveva risposta.

- Era dunque arrivato in terra di pagani?

E picchiava di nuovo, questa volta più forte.

- Chi sei?

Quella vocina fioca fioca veniva di cima della casa.

- Sono un viandante smarrito. Fate la carità, in nome di Dio! Ricoveratemi per questa notte!
- Zitto, non rifiatare, se ti è cara la vita! Aspetta che io ti cali giù le treccie dei miei capelli e afferrati ad esse.

Il giovinetto s'afferrava a quelle treccie venute giù, e si sentiva tirar in alto come una secchia. Un braccio l'aiutava ad entrare per la finestra, e lui si trovava faccia a faccia con una bella donzella, che lo guardava sorpresa.

- Come sei venuto fin qui? Ci si mette un anno, un mese e un giorno, e chi ci arriva non fa più ritorno!

- Ah! Dunque si trovava nel castello dell'Orco! E quella donzella era la sua amata Reginotta!

Si mise a piangere dalla contentezza.

E quando disse chi era e come e perché venuto, piansero insieme.

Ma già stava per aggiornare. Il castello rintronava degli urli dell'Orco che si preparava ad andar a caccia. La Reginotta fece nascondere il giovinetto in un armadio e finse di ricamare.
L'Orco diè un calcio all'uscio. E appena entrato nella camera, cominciava a fiutare intorno intorno.

- Perché fiutate?

- Mucci, mucci, sento odor di cristianucci!

- Andate là! Avete fatto colazione or ora e n'avete piene le narici.

L'Orco s'acchetava e partiva per la sua caccia:

- Auhiii! Auhiii!

- Fuggiamo - disse il giovinetto appena l'Orco fu partito.

- Ah, poveri a noi! Di qui non s'esce. Potessimo anche uscirne, non sapremmo ritrovare la strada in mezzo al bosco che per cento miglia circonda il castello.

Allora il giovinetto ricorreva all'altra penna dell'uccellin che parlava.

- Penna mia, penna mia, tutti e due portaci via!

E di botto si sentirono come presi in collo, per aria, e, in men che non si dica, si ritrovarono ben oltre le cento miglia dal bosco.

Camminarono a piedi per tutta la giornata; e quando furono stanchi, veduto un pagliaio

abbandonato, andarono a ricoverarsi lì e s'addormentarono saporitamente.

La mattina di buon'ora, ripresero il cammino.

Ma dopo un pezzetto, ecco da lontano un rumore sordo sordo, che s'avvicinava crescendo:
- Auhiii! Auhiii!

Era l'Orco che li inseguiva!

Affrettarono il passo, anzi si misero a correre; ma l'Orco gli aveva già scoperti da lontano egli veniva addosso più lesto del vento.

Il giovinetto prese in mano l'ultima penna dell'uccellin che parlava e:

- Penna, pennina, lei fontana ed io anguilla!

L'Orco s'arrestò, stupito di non più vederli.

La fontana, limpida come il cristallo, gorgogliava allato della strada, e l'anguilla guizzavanell'acqua dimenando la coda.

L'Orco ebbe il sospetto che si fossero trasmutati l'una in fontana e l'altro in anguilla.

- Fontana, ti berrò! Anguilla, ti prenderò!

Ma, bevi, bevi, quella fontana era sempre allo stesso punto, e quell'anguilla gli sguizzava sempre di mano.

L'Orco s'era già pieno lo stomaco d'acqua, ne avea fino alla gola. Non poteva più articolar

la mano, tanto s'era stancato.

Si riposava un momento e poi daccapo:

- Fontana, ti berrò! Anguilla, ti prenderò!

E tornava a bere, sforzandosi.

E cercava di afferrare quella maledetta anguilla che gli sguizzava sempre di mano. Finalmente buttossi per terra, morto dalla fatica, oppresso da quel peso dello stomaco, e subito s'addormentò.

La Reginotta e il suo compagno, visto che l'Orco dormiva, ripresero la strada.
Avevano camminato tutta la notte e metà del giorno appresso, quand'ecco nuovamente:
- Auhiii! Auhiii!

L'Orco gli inseguiva, più furioso di prima.

- Ferma! Ferma!Pareva che tuonasse.

La povera Reginotta si perdette d'animo e svenne. L'Orco era a pochi passi; già arrotava i dentacci:

- Auhiii! Auhiii!Allora il giovinetto schiacciò la nocciuola.

- Nocciuola, nocciuola, trasmutaci in roccia e in farfalla che vola!

E l'Orco si trovò davanti a una roccia scoscesa e brulla, che s'alzava a picco sulla campagna.
Una magnifica farfalla svolazzava qua e là colle sue ali dorate e andava, di tanto in tanto, a posarsi su quella.

L'Orco ebbe il sospetto che si fossero trasmutati l'uno in roccia e l'altra in farfalla.
- Roccia, t'atterrerò! Farfalla, t'acchiapperò!

E si diè a scalzare la roccia, scavando la terra colle ugne; ma non riusciva a spostare nemmeno un sassolino.

Aveva le mani tutte scorticate, le ugne tutte rotte; e scavava, scavava. Poi lasciava di scavare e dava la caccia alla farfalla. Ma quella volava in alto e non si lasciava acchiappare.
Morto dalla fatica, sdraiossi per terra, sotto la roccia, e si addormentò.

A un tratto la roccia gli si lasciava cader addosso tutta d'un pezzo.

- Auhiii! Auhiii! - urlava l'Orco, dando gli ultimi tratti.

Così la Reginotta e il suo compagno poterono rimettersi in viaggio tranquilli, e finalmente arrivarono ai confini del loro paese.

Quando il Re e la Regina ricevettero la notizia del loro prossimo arrivo, bandirono feste per tutto il regno. Uscirono ad incontrarli fuori le porte della città con tutta la corte e un immenso popolo dietro, e ordinarono subito i preparativi per le nuove nozze della Reginotta col suo liberatore.

Ma lui disse:

- Debbo fare un viaggio. Se fra otto giorni non sarò ritornato, piangetemi per morto.

La Reginotta si disperava:

- Anderai dopo, sposo mio!

- Anderete dopo, figliuolo mio!

Ma la Reginotta, il Re, la Regina non riuscirono a persuaderlo.

Partì, e si trovò nella pianura deserta dove avea incontrato quella vecchia.

Aspettava un pochino, ed ecco la vecchia, anche questa volta col suo fastello di legna sullespalle.

- Mi riconoscete, vecchiarella mia?

- Si, figliuolo, ti riconosco. O che vieni a fare da queste parti?

- Ve lo dirò dopo; datemi intanto il vostro fastello. Faremo strada insieme.

Questa volta il fastello era leggiero leggiero.

- Son venuto per ringraziarvi e per invitarvi alle mie nozze.

- Bravo figliuolo che tu sei!

E, detto questo, la vecchia si trasfigurava. Era diventata una bellissima signora, risplendente più d'una stella, con una verga d'oro nel pugno.

Sorrise e sparì.

Allora lui comprese che quella era una Fata. Ritornò, tutt'allegro, al palazzo reale, e la stessa sera vennero celebrate le nozze.

Così furono marito e moglie: e lui ebbe il frutto e noi le foglie.

 

 

 

 

“Allora lui comprese che quella era una Fata. Ritornò, tutt'allegro, al palazzo reale, e la stessa sera vennero celebrate le nozze.”

 

 

 

Luigi Capuana

La regina delle api. Versione originale fratelli Grimm

Due principi se ne andarono in cerca di avventure e finirono col menare una vita viziosa e dissoluta, sicché‚ non fecero più ritorno a casa. Il più giovane, che era chiamato il Grullo, se ne andò alla ricerca dei fratelli, ma quando li trovò essi lo presero in giro perché‚ egli, con la sua dabbenaggine, voleva farsi strada nel mondo, mentre loro non ci erano riusciti pur essendo molto più avveduti. Si misero in cammino tutti e tre insieme e giunsero a un formicaio. I due maggiori volevano buttarlo all'aria, per vedere le formichine andare qua e là impaurite, e portare via le uova. Ma il Grullo disse: -Lasciatele in pace quelle bestie, non sopporto che le disturbiate-. Proseguirono e giunsero a un lago dove nuotavano tante tante anatre. I due fratelli volevano catturarne un paio per farle arrostire, ma il Grullo ripeté‚: -Lasciatele in pace quelle bestie, non tollero che le uccidiate-. Infine giunsero a un alveare, dove c'era tanto miele che colava sul tronco. I due volevano appiccare il fuoco all'albero per soffocare le api e prendere il miele. Ma il Grullo tornò a tenerli lontani dicendo: -Lasciate in pace quelle bestie, non tollero che le bruciate-. I tre fratelli arrivarono a un castello: nelle scuderie c'erano soltanto dei cavalli di pietra e non si vedeva anima viva. Attraversarono tutte le sale, finché‚ giunsero a una porta con tre serrature; ma in mezzo alla porta c'era uno spioncino attraverso il quale si poteva vedere nella stanza. Videro un omino grigio seduto a un tavolo. Lo chiamarono una, due volte, ma egli non sentì. Infine lo chiamarono per la terza volta, allora si alzò e uscì dalla stanza. Senza dire neanche una parola li condusse a una tavola riccamente imbandita e, quand'ebbero mangiato e bevuto, diede a ciascuno di loro una camera da letto. Il mattino dopo l'omino andò dal maggiore, gli fece un cenno con il capo e lo portò a una lapide, sulla quale erano scritte le tre imprese che si dovevano compiere per liberare il castello. La prima consisteva in questo: nel bosco, sotto il muschio, bisognava cercare le mille perle della principessa; ma se al tramonto ne mancava una sola, colui che le aveva cercate diventava di pietra. Il maggiore andò e cercò per tutto il giorno ma, al tramonto, ne aveva trovate soltanto cento; così accadde ciò che diceva la lapide ed egli fu tramutato in pietra. Il giorno seguente fu il secondo fratello a tentare l'avventura; ma non fu più fortunato del primo, trovò infatti solo duecento perle e anch'egli impietrì. Infine fu la volta del Grullo; si mise a cercare fra il muschio, ma era così difficile trovare le perle e ci voleva tanto di quel tempo! Allora sedette su di una pietra e si mise a piangere. Mentre se ne stava là arrivò il re delle formiche, al quale una volta egli aveva salvato la vita. Lo accompagnavano cinquemila formiche, e non trascorse molto tempo che le bestioline avevano trovato tutte le perle, riunendole in un mucchio. Il secondo compito consisteva nel ripescare dal lago la chiave che apriva la camera da letto della principessa Quando il Grullo arrivò al lago, le anatre che egli aveva salvato accorsero a nuoto, si tuffarono e ripescarono la chiave dal fondo. Ma la terza impresa era la più difficile: delle tre principesse addormentate bisognava scegliere la più giovane e la più amabile. Esse erano perfettamente uguali, e nulla le distingueva se non che la maggiore aveva mangiato un pezzo di zucchero, la seconda un po' di sciroppo e la più giovane un cucchiaio di miele. Egli doveva riconoscere dal respiro colei che aveva mangiato il miele. Ma in quella giunse la regina delle api che il Grullo aveva protetto dal fuoco; assaggiò la bocca di tutt'e tre e infine si fermò su quella che aveva mangiato miele, così il principe riconobbe quella giusta. Allora l'incanto svanì, ogni cosa fu liberata dal sonno e chi era di pietra riacquistò la forma umana. Il Grullo sposò la più giovane e la più amabile delle principesse e divenne re dopo la morte del padre di lei. I fratelli invece sposarono le altre due fanciulle.

 

 

 

 

“Lasciatele in pace quelle bestie, non sopporto che le disturbiate.”

 

 

 

Fratelli Grimm

Il Reuccio Gamberino

Tre giorni ancora e il Reuccio Sansonetto compiva diciott'anni, età che, secondo le leggi del regno, gli permetteva di togliere moglie. Egli stava ad una loggia del palazzo reale, raggiante ed impaziente di sposare Biancabella reginetta di Pameria, con la quale era fidanzato fin dall'infanzia. Ingannava il tempo mangiando ciliege e scagliando i noccioli sui passanti, con una piccola fionda. I beffati alzavano il volto incolleriti, ma l'inchinavano tosto, ossequiosi, appena riconoscevano il reale schernitore.

E il Reuccio rideva e i cortigiani ridevano con lui. Passò una vecchina dai capelli candidi, dal naso enorme e paonazzo e il Reuccio cominciò a berteggiarla:

- Oh, comare Peperona! Oh, comare Peperona!...

E come l'ebbe a tiro, la colpì con un nocciolo sul naso. La vecchietta si grattò il naso dolente, si chinò tremante, raccolse, strinse il nocciolo tra il pollice e l'indice e lo rinviò all'erede al trono. Le grida sdegnate della Corte scagliarono cento guardie sulle tracce della strega Nasuta, ma quella aveva svoltato l'angolo della via, ed era scomparsa. Al tocco aspro del nocciolo il Reuccio Sansonetto vacillò, come preso da vertigini; poi cominciò a ridere, premendosi gli orecchi con le mani.

I cortigiani lo guardavano sbigottiti ed inquieti:

- Che cosa vi sentite?

- Sento... sento...

E il Reuccio rideva, rideva senza poter rispondere.

- Che cosa vi sentite?

- Sento... sento il tempo che va indietro! Il tempo che va indietro! Che cosa buffa! Ah, se provaste! Che cosa buffa!...

La Corte lo credeva ammattito. Quando poi fece per muoversi e lo videro camminare a ritroso, tutti scoppiarono dalle risa.

- Reuccio, che cosa è questo?

- È... è che non posso più andare avanti!...

E rideva, e per quanto tentasse di avanzare il piede non gli riusciva di fare un passo innanzi, ed era costretto a retrocedere come un gambero. Poi riprendeva a premersi gli orecchi, a chiudere gli occhi, come preso da vertigini.

- Il tempo che va indietro! Che strano effetto, che cosa buffa, amici miei!...

E i cortigiani ridevano ed egli rideva con loro...

E tutti lo credevano ammattito.

Ma non era ammattito. I più famosi medici del regno constatarono veramente che il Reuccio Sansonetto ringiovaniva. Era una malattia nuova e inesplicabile, contro la quale la scienza non aveva rimedio. Il Reuccio ringiovaniva. Compì i diciassette, poi i sedici, poi i quindici anni. Prese a decrescere di giorno in giorno, scomparvero i piccoli nascenti baffetti biondi. Il suo volto riacquistava un aspetto sempre più fanciullesco. Sansonetto era disperato.
Le nozze di Biancabella di Pameria erano state contramandate, poi rotte del tutto. Il Re di Pameria aveva ritirato la mano della figlia.

- Ragazzo mio, come volete ch'io vi conceda Biancabella? Fra qualche anno sarete un marito bambino, poi un marito lattante, poi nascerete; cioè morirete... scomparirete nel nulla...
Biancabella fu costretta dal padre a rendere il suo anello di nozze; ma congedandosi piangeva, e promise a Sansonetto eterna fedeltà.

- Vi aspetterò finché sarete guarito di questa malattia. Tenete intanto l'anello e portatelo in dito; esso vi stringerà più forte, quando la mia fedeltà sarà in pericolo...

Sansonetto era disperato. Correva a ritroso per le stanze e pei giardini reali, piangendo, strappandosi le chiome bionde. Bisognava rintracciare la vecchietta beffata, supplicarla di ritornarlo a diciott'anni, di risanarlo da quella malìa. Il Re e la Regina avevano fatto un bando con mezzo il regno di premio per chi desse notizie della vecchietta che aveva incantato il figliuolo. Ma nessuno l'aveva più vista.

Sansonetto andava sovente a caccia, per distrarre la sua malinconia. Galoppava a ritroso, perché la malìa gamberina s'appiccicava pure alla sua cavalcatura.

I contadini che vedevano passare, scomparire all'orizzonte quel cavaliere piumato, sul cavallo che galoppava all'indietro, si faceva il segno della croce temendo un'apparizione diabolica.
Un giorno il Reuccio giunse in un bosco, e vide tra gli abeti centenari una casetta minuscola, con una sola porta e una sola finestra. E alla finestra riconobbe il volto della vecchietta che lo guardava sorridendo. Sansonetto s'inginocchio sulla soglia.

- Ah! vecchina, vecchina! restituitemi il giusto andazzo del tempo e del camminare!

- Bisogna riportarmi il nocciolo di quel giorno...

- Se non è che questo, l'avrete...

Sansonetto ritornò a palazzo. Ma come ritrovare proprio il nocciolo di quattr'anni prima?... Pensò di prenderne uno qualunque, lo portò nel bosco, lo fece vedere sulla palma della mano. La vecchietta l'osservò dalla finestra.

- Figliuolo mio, non è quello! quello porta incise intorno certe parole che so io...
Il Reuccio capì che non era caso di inganni, ritornò a palazzo, prese commiato dal Re e dalla Regina e si pose in cammino, alla ricerca del nocciolo salvatore.

Si ricordava confusamente d'averlo visto rimbalzare nel rigagnolo della via.
Seguì il rigagnolo fin dove questo metteva foce nel torrente. Ma innanzi a quelle spume turbinose si sentì prendere dallo sconforto. Una libellula passò, librandosi su di lui con bagliori di smeraldo.

- Che c'è, bambino bello?

Lo chiamavano già bambino! Come ringiovaniva in fretta!... Sansonetto sospirò:

- C'è che divento sempre più giovane!

- Poco male, ragazzo mio!

- Molto male! Fra qualche anno sarò un bambino lattante, poi nascerò, scomparirò del tutto. Mi può salvare soltanto il nocciolo della Fata Nasuta. L'hai visto passare?

- Io no. Ma ne sentii parlare dai miei vecchi: un nocciolo strano, che portava scritte intorno certe parole cabalistiche... Ha preso la via del mare.

Sansonetto si pose in cammino, seguì il torrente fino al fiume, il fiume fino al mare. Dinanzi a quell'azzurro infinito la speranza gli cadde dal cuore e si abbandonò sulla spiaggia. Piangeva e guardava le onde accartocciarsi ribollendo; e le lacrime gli cadevano nell'acqua, ad una ad una.

- Che c'è, bambino bello?

Era un'asteria, una stella di mare che strisciava lentissima sulla sabbia d'oro.

- C'è che divento sempre più giovane.

- Poco male, figliuolo mio!

- Molto male. Nascerò, scomparirò del tutto se non trovo il nocciolo della Fata Nasuta.
- Un nocciolo strano, inciso di parole che non ricordo... L'ho visto qualche anno fa. L'ha inghiottito un fenicottero mio amico. Se attendi, te lo mando qui...

Il Reuccio attese tre giorni. Apparve il fenicottero bianco e roseo, sulle due gambe lunghissime.
- Sì, ho inghiottito il nocciolo; ma poi emigrai nel mezzogiorno e lo rimisi nei giardini del gigante Marsilio, fra i monti della Soria... il gigante è feroce ed invincibile; lo potrà vincere soltanto chi gli strapperà un capello verde fra i folti capelli rossi.

Il Reuccio s'imbarcò su una galea di mercanti e giunse dopo sette settimane in Soria. Ma quando chiedeva del gigante Marsilio, la gente lo guardava stupita e impallidiva.

- Il gigante non lascia passare nessuno nei suoi domini. Ogni giorno fa strage di cavalieri temerari che vogliono affrontarlo.

- Lo affronterò anch'io e vincerò, se questa è la mia sorte.

E il Reuccio Sansonetto proseguiva la via. Giunse al regno del gigante Marsilio.
A picco nella valle dominava il Castello dalle Cento Torri; si stendevano sotto i giardini immensi circondati da alte mura, e attorno biancheggiavano le ossa dei temerari che avevano sfidato il mostro.

Sansonetto suonò il corno di sfida, invitando il gigante a battaglia.

Una delle porte immense si aprì e apparve il gigante seminudo e senz'arme.

Come vide il reuccio sorrise di scherno.

Questi si scagliava a ritroso volteggiando la sua spada affilata; tagliava ora un braccio, ora una mano, ora il naso, ora il mento del gigante, ma il gigante si chinava tranquillo, raccattava il pezzo amputato rimettendolo a segno.

Sansonetto mirava alla testa, spiccando salti sul suo cavallo focoso. Già due volte glie l'aveva fatta cadere, ma il mostro si chinava, la raccoglieva, la riappiccicava all'istante sulle spallacce robuste. Una terza volta il reuccio gliela troncò; e appena in terra fu pronto a spingerla con le due mani sull'orlo d'un declivio, rotolandola a valle. Poi si mise a cercare in fretta il capello verde nella folta chioma rossa. Sentiva alle spalle il mostro decapitato che correva, brancolando qua e là; lo sentiva avvicinarsi, e cercava e non trovava il capello micidiale. Allora trasse la spada, rasò in pochi colpi la testaccia dalla fronte alla nuca; e il capello verde fu reciso con tutta la chioma. La testa impallidì, gli occhi dettero un guizzo spaventoso e il gigante che brancolava all'intorno, cadde con un tonfo sordo. Era morto.

Il reuccio Sansonetto ebbe libero il passo nel regno di Marsilio. Cercò nei giardini; trovò il luogo indicato dal fenicottero.

Ma in cinque anni il nocciolo era diventato un ciliegio altissimo, tutto carico di frutti rossi e lucenti come rubini.

Sansonetto ne mangiò uno, poi un altro, e un altro ancora; e osservò i noccioli, e ogni nocciolo portava inciso attorno: «grano dell'irriverenza»...

Ad un tratto il Reuccio ebbe come una specie di vertigine e socchiuse gli occhi.
Quando li riaprì si trovò dinanzi alla casetta della Fata Nasuta e la vecchietta gli sorrideva.
Si guardò, si palpò, era ritornato come alla vigilia delle nozze, con la sua alta statura diciottenne e i piccoli nascenti baffettini biondi. Provò a dare qualche passo: era risanato dalla buffa andatura gamberina.

- Il tuo errore è espiato - disse la vecchietta - conserva i noccioli del ciliegio salvatore, e seminali nei tuoi giardini.

- Grazie, vecchietta mia!

Il Reuccio baciò la buona fata, ma sentiva l'anello donatogli da Biancabella di Pameria stringergli il dito.

- Ah! fata mia, la fedeltà della mia sposa corre pericolo.

- Forse. Ma fa' cuore, mettiti in armi e corri alla Corte. Dal canto mio t'aiuterò.

Sansonetto s'armò di tutto punto e partì di gran galoppo.

Sentiva l'anello stringergli, stringergli il dito sempre più...

- Si sarà stancata di questa lunga attesa! Purché arrivi in tempo ancora!
Giunse in Pameria e vide la capitale imbandierata e festante. Chiese perché.

- Da una settimana è aperto un torneo a Palazzo Reale. Il Re ha imposto alla figlia la scelta d'uno sposo. E cento cavalieri si contendono la mano di Biancabella. Ma v'è un cavaliere sconosciuto che li abbatte tutti; e si prevede che pel tramonto di quest'oggi avrà sbaragliato i rivali.

Sansonetto accorse alla giostra, scese tra gli spettatori. Il cavaliere misterioso, tutto rivestito di una corazza d'acciaio chermisi, stava sbalzando di sella l'ultimo avversario e già il popolo lo proclamava di diritto sposo di Biancabella. Ma Sansonetto calò la visiera e, fra lo stupore generale, scese in lizza. Ed ecco che al primo colpo di Sansonetto l'invincibile campione chermisi dà suono metallico e cupo e cade disteso.

Fu scosso, rialzato, aperto. Era vuoto.

Il cavaliere chermisi era una semplice corazza che la buona Fata Nasuta aveva animata d'uno spirito benigno e inviata alla giostra per sopprimere gli altri combattenti e dar modo al Reuccio di giungere in tempo. Il reuccio Sansonetto alzò la visiera, e s'inchinò sugli arcioni, dinanzi alla loggia della sposa.

Biancabella quasi venne meno dalla gioia improvvisa; e il Re abbracciò come figliuolo il giovinetto risanato.

Furono celebrate nozze splendidissime.

E i noccioli favolosi, seminati nei giardini reali, crebbero con gli anni e formarono un boschetto detto dell'«irriverenza».

 

 

 

 

“Il reuccio Sansonetto alzò la visiera, e s'inchinò sugli arcioni, dinanzi alla loggia della sposa.

Biancabella quasi venne meno dalla gioia improvvisa; e il Re abbracciò come figliuolo il giovinetto risanato.”

 

 

 

Guido Gozzano

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